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Al Consiglio d’Europa tutti soddisfatti, nessuna soluzione

Se per caso in questi giorni vi è capitato di accendere la televisione, o il pc, o avete usato facebook, vi sarete probabilmente accorti che per un po’ il tema…

Se per caso in questi giorni vi è capitato di accendere la televisione, o il pc, o avete usato facebook, vi sarete probabilmente accorti che per un po’ il tema del momento è stato il Consiglio Europeo del 28-29 giugno, che ha inaspettatamente – ma neanche tanto – finito per concentrarsi sul “problema” migranti (concedetemi le virgolette: lo chiamerò anche io “problema” dato che il dibattito è sceso fino a questo livello, ma non riesco a prendere sul serio quest’espressione in politichese stretto).

“Ma Bruxelles è in provincia di Perugia o di Terni ora? Cosa c’entra Blog Niù in tutto questo?” C’entra, fidatevi che c’entra come c’entriamo tutti, chi più chi meno… ma andiamo con ordine.

Tutti salvi?

A prima vista, poche cose sembrano chiare di tutto l’avvenimento. La più chiara è che, dopo una notte passata a combattere anche sulle virgole, anche solo il fatto di aver trovato un qualche tipo di accordo deve essere sembrato un miracolo. E infatti al mattino i protagonisti erano tutti soddisfatti: la Francia per aver salvato l’Europa, la Germania per aver salvato il summit, la Spagna per aver salvato i migranti (era successo il giorno prima, speriamo continuino), l’Italia per aver salvato la faccia (ma non proprio), il “gruppo di Visegrad” per aver salvato la loro linea guida del “rimanete fuori che tanto non vi vogliamo”. Se questa soddisfazione generale vi sembra sospetta, non preoccupatevi: avete ragione.

La seconda cosa più chiara è che, almeno sul tema migranti, la notte in bianco non ha portato grandi novità. Non entriamo in tecnicismi, andiamo al succo della questione.

Per iniziare, tutti si sono detti d’accordo su un fatto: se un migrante economico si avvicina all’Europa, deve fare dietrofront, o verrà costretto a farlo. Anche senza contare che l’Italia e gli altri Paesi europei non hanno accordi con tutti i possibili Paesi d’origine di questi migranti, e quindi la soluzione trovata lascia il tempo che trova; sembra che nessuno si renda conto che chi viene fino a qua “solo” per un problema economico lo fa perché effettivamente si trova in enormi difficoltà nel suo Paese. E non stiamo parlando di problemi tipo “non guadagno abbastanza da comprarmi il mio secondo smartphone dell’anno, devo guadagnare di più, vado in Europa”. Ma questo è quello che sembra credere una fetta importante di chi va a votare, e quindi vuoi per mantenersi a galla, vuoi per mantenersi sulla cresta dell’onda, i leader europei non potevano che trovarsi d’accordo almeno su questo punto.

Migranti economici vs. richiedenti asilo

I risultati che danno più da pensare coinvolgono una categoria protetta a livello universale: i migranti che possono richiedere lo status di “rifugiato”, perché per qualche motivo (razziale, etnico, religioso, di preferenze sessuali o politiche) perseguitati nella loro terra. E che decidono di abbandonare tutto per vivere serenamente la loro vita in Europa: patria dei diritti e delle libertà, o almeno così ancora dicono.

Anche loro, come i migranti economici, sono per lo più costretti a fare viaggi impensabili (avete letto la storia di Mamadou?); e anche loro spesso devono rivolgersi a criminali o ad usare mezzi più o meno avventurosi per sperare di raggiungere l’Europa. Una Terra Promessa che però sembra non volere neanche loro: il rifugiato che vede accolta la domanda di protezione internazionale deve rimanere nel Paese che gliel’ha concessa, senza possibilità di trovare un altro posto in cui vivere. Il che vuol dire che se arriva e ottiene la protezione in Italia, non potrà spostarsi più in un altro Paese: se ci prova, viene riportato indietro perché lì (che so, in Austria o in Baviera) alcuni non vogliono avere nulla a che fare con i migranti e preferiscono vederli altrove. Il che, considerando che anche alcuni italiani vorrebbero non avere nulla a che fare con i migranti e preferirebbero mandarli altrove (che so, in Austria o in Baviera), sembra un cane che si morde la coda.

Ma stiamo divagando, torniamo sul pezzo.

Il problema è questo: se i migranti economici non possono entrare, e i rifugiati invece sì, e viaggiano insieme negli stessi barconi o lungo le stesse strade (perché non ci siamo solo noi, ricordiamocelo: chi viene dalla Siria fa un percorso molto diverso e con mezzi diversi rispetto a chi viene dall’Africa, e sono altri i Paesi che vengono attraversati da questa gente); se tutto questo è vero, dicevamo, come capire chi è chi, e se può far valere dei diritti?

Quando la soluzione è peggiore del “problema”

Soluzione numero 1: rifilare la patata bollente ai Paesi di transito, dove esaminare le domande di asilo in strutture apposite, in modo da scoraggiare traversate pericolose. Tutto molto bello, se non fosse per un particolare: alcuni hanno già deciso di rifiutare la gentile proposta del Consiglio europeo, Libia inclusa (forse meglio così: una cosa del genere in posti come la Libia, vista la situazione che vive chi è costretto a passare per i centri di detenzione, ha un non so che di presa in giro). Come si risolve la questione? Convincere questi Paesi sembra complicato; costringerli non suona come un gran piano. Che fare? Silenzio assoluto, nessuna indicazione fino a ottobre, passiamo ad altro.

Soluzione numero 2: i Paesi europei potrebbero costruire dei “centri di identificazione” (diversi da quelli conosciuti, con una punta di ironia o di sadismo, come “centri di accoglienza”) per esaminare le proposte in fretta, tre giorni al massimo, come quelli presenti in Italia e Grecia. Anche se poi alla fine tutta questa velocità non c’è, e con l’efficienza che ci contraddistingue i centri finiscono per “accogliere” sempre più persone, in condizioni sempre peggiori, per periodi sempre più lunghi. Ok, magari in nord Europa la cosa funzionerebbe meglio; ma ne siamo poi sicuri? E se poi la cosa andasse male, cosa ci inventeremo per peggiorare la situazione?

Soprattutto, la parola chiave qui è “potrebbero”: anche su questo punto, nessuno è obbligato. Tanto per dire, Francia e Austria si sono già tirati fuori. Il che significa che, nella speranza che almeno i porti vengano riaperti e ricominci il dialogo con le Ong, si continuerà sulla falsariga seguita finora: lo status di rifugiato potrà essere valutato e richiesto solo nel Paese di arrivo (vedi: Italia, Grecia, Spagna), mentre i migranti nei centri di identificazione aumentano fino a livelli non più sostenibili, sia per i migranti stessi (costretti ad essere accolti nel loro carcere che carcere non è) che per chi vive nella zona (per una questione di percezione del “problema” che problema non è); intanto, i politicanti locali punteranno sul tradimento dell’Europa sul “problema” migranti e sul sempre verde tema dell’”invasione”, e si esacerberanno malumori e pregiudizi nei Paesi (vedi: Italia) in cui questi già stanno montando, con i risultati che sappiamo.

E l’Umbria?

Ora torniamo a noi. Tutti abbiamo vissuto una campagna elettorale fatta più di promesse irrealizzabili, di disinformazione e di facili slogan che di sensibilità verso problemi reali, vissuti da persone reali, e che necessitano di una soluzione reale, o perlomeno realistica. Non chiudere gli occhi (oltre che i porti) davanti alle sofferenze, ma dare una mano d’aiuto (e non le spalle) a chi viene qui per cambiare la propria vita. E la cosa non succede solo in Italia: il Consiglio Europeo dimostra, se ancora non ce ne fossimo accorti, che il Problema (lettera maiuscola, nessuna virgoletta: questa è una cosa seria) è comune, anche se pensiamo di no.

“Sì, ma l’Umbria?”. L’ho già detto, i risultati l’abbiamo già visti, anche qui. Sarà un caso, ma da qualche giorno una certa città ha assunto una tonalità di verde molto particolare…

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Mamma single e straniera, vi racconto la mia vita complicata ma felice

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single…

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta

Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single di un angelo, come indica il suo nome. Ha 6 anni e fa l’ultimo anno della scuola materna. Sono anche una studentessa al terzo anno di Comunicazione internazionale all’Università per stranieri di Perugia. Sono molto sensibile a tutti gli argomenti relativi agli immigrati e alla loro integrazione in diversi paesi ospitanti. Sono orgogliosa e molto ambiziosa. Molte persone intorno a me mi chiamano femminista, ma io non la penso così, sono solo una ragazza indipendente e contraria agli atteggiamenti maschilisti degli uomini perché credo nelle capacità delle donne. E delle donne africane in particolare.

Patricia è soprattutto una madre, mio figlio è la mia vita e la mia fonte di motivazione

Sono ancora  giovane, avrò solo 27 anni a settembre. Alcune circostanze che ho conosciuto e affrontato mi hanno portato ad una situazione che condividerò con voi.

Quello che vorrei dirvi oggi è che mi sento soddisfatta. Non totalmente felice, ma abbastanza appagata nel prendermi cura di me stessa e di mio figlio. Eppure, ogni giorno è difficile. Ho così tanti fardelli sulle mie spalle che a volte vorrei lasciarmi andare e andar via. Ma posso? No, ho delle responsabilità e le affronto a testa alta.

Durante i primi giorni della gravidanza, non avevo smesso di frequentare l’università dove stavo seguendo i miei corsi di lingua italiana. È stato un momento così difficile. Alle fragilità della gravidanza che mi sentivo addosso, si aggiungevano i problemi familiari: i miei mi hanno lasciata da sola perché li avevo disonorati; le difficoltà finanziarie: era mio padre a prendersi cura di me, ma dopo avere saputo della gravidanza, era insopportabile.

A volte mi sono ritrovata da sola a piangere, non sapendo cosa fare e su chi potevo appoggiarmi per dimenticare tutto questo, non avendo nessun al mio fianco, nemmeno i miei genitori. Grazie a Dio ho trovato una zia comprensiva e molto dolce, che mi ha aperto la porta della sua casa, non mi ha causato grossi problemi, al contrario, ho trovato il conforto in lei, ha saputo sostituire la mia mamma, mi è sempre stata vicina nei momenti difficili. Lei e la sua famiglia mi hanno portato restituito la serenità.

È vero che non sembro una giovane donna di 27 anni, ma non sono così vecchia.  Alla mia età, molti hanno genitori su cui possono contare e provvedere a loro. E magari trovano un modo per lamentarsi e dire che non è abbastanza. Certo, la mia faccia non può essere piena di candore, dopo quello che ho vissuto e la maternità che lascia le tracce. Se dico qualcosa sulla mia esistenza, non è a causa dell’angoscia, è solo perché non c’è nulla da temere, il peggio è dietro di me. Sono molto sincera, presumo, gli eccessi del mio passato non mi spingono verso idee suicide, al contrario, traggo una forza che mi permette di battere e combattere un percorso che mi porterà ad un futuro migliore.

Non dire mai cose brutte a te stesso, ci sono già abbastanza persone che lo fanno.

La mia vita non è infelice. Nonostante le responsabilità, il lavoro, gli studi, le preoccupazioni. Non mi definisco infelice. Ho trovato la mia strada. E forse disseminata di insidie, ma le affronto in una lunga scalata passo dopo passo. Corro verso la felicità e grazie a Dio non sono ancora caduta in un precipizio.

Se ho saputo superare questa prova e mantenere il mio buon umore che voglio condividere con voi, è solo perché non dobbiamo lasciare che nulla ci tolga la gioia di vivere. Ogni giorno è difficile e a volte non so come arrivare alla fine del mese, ma Dio provvede sempre a modo suo. Dobbiamo solo dire “è una situazione temporanea, domani sarà migliore”.

E tutto questo non è possibile senza fare pace con se stessi e gli altri, essere in grado di perdonare se stessi per aver commesso alcuni errori, essere intrappolati qualche volta e soprattutto essere stati ingenui. Il perdono è un potere che libera.  Sono una madre, orgogliosa e soddisfatta. E nessuno potrà mai strapparmi la mia gioia di vivere.

 

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Dall’inferno della Libia ai barconi verso l’Italia: volete davvero sapere di questo viaggio?

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio. 10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina…

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio.

10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia e Italia.

Ogni paese che ho attraversato ha costituito una differente esperienza di vita ma il luogo peggiore dove sono stato è in Libia.

15 agosto 2013, Agadez, (Niger). Lascio il Niger. Eravamo 24 persone caricate in un pick-up (Toyota) dove stavamo strettissimi. Ai trafficanti non importa se cadi dalla macchina, non si fermerebbero mai, si comportano come se nulla fosse accaduto. Abbiamo passato 8 giorni nel deserto, senza acqua né cibo, con il sole che picchiava fortissimo.

Dopo 5 giorni nel deserto, ricordo che il trafficante ci disse che andava a cercare l’acqua. Dopo molte ore, non era ancora tornato. Abbiamo aspettato tanto tempo. Ad un certo punto, alcuni di noi hanno iniziato a perdere le speranze. Alcuni dicevano che non sarebbe mai tornato, altri che dovevamo andare noi da lui. Dopo aver realizzato che non sarebbe mai tornato indietro, abbiamo iniziato a camminare in piccoli gruppi, senza una direzione. Dopo pochi passi, abbiamo iniziato a vedere corpi morti nel deserto.

In quel momento ho realizzato che dove ci aveva lasciato il trafficante era un punto di abbandono, di non ritorno.

In una situazione del genere, anche se vuoi aiutare qualcuno non puoi. Devi pensare solo a te stesso. Eravamo partiti con un gruppo di 8 persone… ed eravamo rimasti in 4.  Dopo giorni di cammino in mezzo al nulla, non si sentiva più nessuno proferire parola, nessuno faceva più domande. Il sole picchiava e continuavamo a vagare senza direzione.

Fortunatamente, durante il tragitto abbiamo incontrato qualcuno. Erano soldati libici che controllavano la zona. Siamo stati salvati e portati in un piccolo centro urbano, lontano da Tripoli, la capitale.

Dopo un mese nella cittadina dove eravamo costretti a lavorare, io e un amico siamo riusciti a raggiungere Tripoli, dove sono rimasto per circa un anno e sette mesi. Durante la mia permanenza, andavo a ‘Chat palace’ un posto che può essere paragonato ad una “sala di attesa” dove si spera di essere assegnati a lavori di fortuna. Pulizie, piccoli lavoretti da elettricisti etc.. molte volte non venivamo neanche retribuiti. Dopo questa esperienza, io ed altre 120 persone abbiamo provato a raggiungere le coste libiche per scappare e venire in Italia. La Libia non era più sicura ed io non potevo tornare indietro. Iniziava la seconda guerra civile libica.

Prima di arrivare alla costa però, siamo stati presi dalla polizia libica e portati in carcere, luogo nel quale sono rimasto per circa tre mesi.

Un giorno ci hanno prelevato dal carcere per rimpatriarci a Sabha, città a sud del paese (la città del ‘rimpatrio’). A Sabha puoi incontrare gli asma boys, ragazzini armati che si divertono a sparare. È uno dei posti più pericolosi della Libia. La polizia libica scortava i tre autobus dove eravamo stati stipati.

Appena la polizia ha girato l’angolo e non ha ci ha seguito più, sono riuscito a scappare lanciandomi dal finestrino. Non sapevo dove fossi, in quale direzione andare. Ad un certo punto ho visto un ragazzo africano e gli ho chiesto di farmi fare una chiamata dal suo cellulare. Ho chiamato un amico a Tripoli e lui ed un suo amico libico sono venuti a prendermi. Sono tornato a vivere a Tripoli dove sono rimasto ancora un mese.

Il Paese però era ancora in preda alla guerra civile, la situazione era peggiorata. Non potevo più stare lì. Così sono andato a vivere a Zuwarah, da dove mi sono imbarcato per l’Italia.

 

Mamadou Baldeh

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Chiudere i porti allo sbarco dell’odio

“Chi parla male, pensa e vive male” diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. E ancora, “le parole sono importanti”, perché formano, condizionano e contribuiscono a plasmare la realtà in cui…

“Chi parla male, pensa e vive male” diceva Nanni Moretti in Palombella Rossa. E ancora, “le parole sono importanti”, perché formano, condizionano e contribuiscono a plasmare la realtà in cui siamo immersi.

È un mare di parole, infatti, quello in cui nuotiamo ogni giorno. Ad alcune ci appigliamo forte, altre le lasciamo fluire con la corrente, altre ancora rimangono a galleggiare senza tempo come boe. Ce ne sono talune, però, che divengono scogli in mezzo al mare: qualcuno può decidere di sedervisi ad ammirare l’infinito, qualcun altro li circumnavigherà in cerca di altri lidi, altri ancora ne faranno il loro punto fermo nell’incertezza e nella paura.

Non costituisce novità il fatto che forze politiche come la Lega utilizzino il linguaggio dell’odio. Il fattore nuovo però, è dove esse si trovino adesso e cioè al Governo. La maniera di esprimersi dell’establishment diviene, ahi noi, la voce degli italiani. In Europa e nel mondo.

Improvvisamente, la retorica e la propaganda prendono il posto del ragionamento sulla scelta delle parole, sulla sensibilità del linguaggio, sul vocabolario delle sfumature. Via all’utilizzo di espressioni crude, fatte apposta per i social media, che mirano agli istinti più bassi delle persone. Le stesse espressioni che, troppo spesso, messe di fronte alla realtà dei fatti, si polverizzano come sabbia.

Ma quali sono gli elementi che contribuiscono all’incitamento dell’odio online? Eccoli, uno ad uno, in un elenco non esaustivo ma basato sui…fatti.

Gli slogan

Clandestino. Immigrato. Pacchia. Sprechi. Finta solidarietà. Business dell’immigrazione. Business schifoso dell’immigrazione clandestina. Extracomunitario. Barconi. Galeotti. ‘Chiudere i rubinetti’ alle ONG. Chiudiamo i porti! Rispediamoli a casa! A casa! Finti profughi.

L’antidoto: Ragionamenti. Spiegazioni. Numeri. Risorse disponibili. Motivazioni delle scelte politiche.

Il principio ‘ della ruspa ’

Erroneamente si parla di banali macchine da cantiere ma la ruspa è un mezzo altamente qualificato e specializzato, infatti, secondo Wikipedia, ha le seguenti funzioni: rimuove il terreno vegetale, scava e trasporta terreno molto compatto, anche ghiaioso ma non cementato, sparge materiale a strati. Non ultimo, la ruspa fa scomparire baracche.

Il principio ‘della ruspa’ livella tutto. È utilissimo a chi non vuole pensare, analizzare, farsi domande. Non c’è più differenza tra il richiedente asilo, il migrante, il rifugiato. Tutto è su un pericoloso livello di appiattimento. La protezione internazionale? Nessuno ne ha veramente bisogno. La persecuzione politica? Tutti mentono, vogliono solo rubarci il lavoro. Il sogno di una vita soddisfacente? È troppo da chiedere, non ne hanno il diritto. “Prima gli italiani”.

La ruspa estirpa anche i sentiment…alismi. Perché così li etichetta. Il buonismo è ‘finto’, l’umanità un pericoloso business. Tutto diviene forza, onore e orgoglio. La debolezza è pericolosa, la si deve nascondere o altrimenti…annientare.

L’esercizio da fare

Di fronte a questo innalzamento dei toni, quale formula può essere efficace per contrastare l’incitamento all’odio?

Un esempio messo in campo dalla campagna di Neue Deutsche Medienmacher “ A first Aid Kit against Hate speech in Germany” che ha creato meme e gif simpatiche per combattere i cosiddetti ‘haters’.

Mettere in discussione gli stereotipi e le generalizzazioni; Studiare, per avere gli strumenti necessari a capire i fatti; Comprendere che l’escalation dell’incitamento all’odio è destinata a mettere tutti contro tutti; Esercitare il pensiero critico ma… anche l’ironia. Quest’ultima può creare delle narrative alternative per dimostrare che altre interpretazioni della realtà esistono.

 

                 Federica Mastroforti

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Humans of Umbria: Ilam e la scuola di integrazione

Per il suo quarto appuntamento #humansofumbria cambia formato e vi porta un’intervista piena di spunti interessanti: la testimonianza di Ilam, studentessa di medicina e volontaria dell’ANT, sull’integrazione e su come…

Per il suo quarto appuntamento #humansofumbria cambia formato e vi porta un’intervista piena di spunti interessanti: la testimonianza di Ilam, studentessa di medicina e volontaria dell’ANT, sull’integrazione e su come insegnarla ai bambini

Sono in Italia da 19 anni ma sono nata in Marocco, sono cittadina marocchina. Sono arrivata qua quando avevo 8 mesi, ho fatto tutte le scuole in Italia. Sono perugina e parlo perugino.

Riguardo l’accoglienza degli stranieri la situazione è cambiata molto, da come era l’Italia a come è diventata. Penso che quando ero piccola gli stranieri erano molto graditi. Ora forse un po’ meno. Questo influenza la nostra vita quotidiana, e influenza anche molto il rapportarsi con gli altri. Secondo me influisce molto la politica, un po’ anche l’attualità, ma soprattutto la propaganda: come i discorsi, gli argomenti vengono trattati, soprattutto in televisione e nei giornali. Non bisogna solo vedere magari un telegiornale e dire che “hanno ragione”, uno deve ragionare con la propria testa. Perché quello che fa la propaganda è proprio questo, portare le persone a capire certe cose che sono sbagliate, fino a pensare che tutti gli stranieri sono “fatti male”. Si dovrebbe ragionare con il proprio cervello, usare la logica e farsi due conti in testa, serve il pensiero critico insomma. “Toccherà movece!”.

Per quanto riguarda Perugia dal punto di vista dell’integrazione è messa abbastanza bene. Però fuori dalla città, nei piccoli paesini siamo ancora un passo indietro. Lì troviamo più vecchi che giovani, che influenzano anche la mentalità di quei pochi giovani che vivono nel paesino, come quello in cui vivo io. Vedo la situazione e sinceramente non mi piace. Prima di mettere il velo mi trattavano in un modo, una volta che l’ho messo… in un modo completamente diverso. Questo non dipende dal fatto che abitiamo in Umbria, ma dal fatto che viviamo in un piccolo paesino, dove non c’è integrazione. La gente non esce, non vede altri posti, non si informa. E quindi rimangono bloccati, racchiusi in quel paesino. Sono nati così e non hanno l’idea di cambiare.

Le scuole potrebbero essere importanti per cambiare questa situazione. È un ottimo punto di partenza. Non dico nelle scuole delle città principali. Ma quelle piccole scuole materne, medie, che sono nei paesi più piccoli. Secondo me ci dovrebbe essere una materia di “integrazione” fatta proprio apposta. Anche mescolare i ragazzi può essere utile: io ho fatto le scuole e comunque sinceramente non ho mai vissuto situazioni di razzismo fortunatamente, forse perché sono aperta. Però osservo molto, e vedo che le altre persone straniere tendono a fare i gruppetti: gli italiani da soli, gli stranieri da soli. Questo dipende anche dai professori, dalle maestre. Bisogna comunque insegnare al bambino, fin da piccolo, ad integrarsi con lo straniero. Non insegnare a fare gruppi, perché così non è una buona educazione.

Il banchetto? Questo è il mio “lavoro” quando ho tempo libero. È per un’associazione, ANT (Associazione Italiana Tumori), diamo assistenza domiciliare gratuita ai malati oncologici. Facciamo anche prevenzione, con visite preventive sempre gratuite. Diciamo che è un hobby, una cosa che mi piace, una passione più che un lavoro, e spero di continuare la mia strada. Sono fiera di quello che sono. Non vorrei cambiare la mia vita.

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Essere diversi, essere uguali: dall’invenzione della razza ai giorni nostri

Siamo nel 2018 ma sembra che le cosiddette società occidentali invece che «fare grandi passi in avanti per l’umanità», stiano facendo enormi passi indietro. Con l’avvento di internet e la…

Siamo nel 2018 ma sembra che le cosiddette società occidentali invece che «fare grandi passi in avanti per l’umanità», stiano facendo enormi passi indietro. Con l’avvento di internet e la possibilità per tutti di entrare a far parte di quel mondo virtuale globalizzato, vecchie ideologie naziste, fasciste e razziste, sembrano essere riaffiorate, lasciando da parte quel concetto di uguaglianza tanto voluto dalla Rivoluzione Francese. Da cosa è dato il fenomeno? Forse è sempre stato lì, ma in qualche modo c’era vergogna di renderlo pubblico? Forse sta riaffiorando a causa di una legittimazione data dall’anonimato?

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Ius Soli: dal duemilacredici al 2018

Facciamo un gioco: chiudete per un attimo gli occhi e immaginate con me visivamente le scene che tempestano i talk show, i social e tutte le piattaforme che veicolano ogni giorno…

Facciamo un gioco: chiudete per un attimo gli occhi e immaginate con me visivamente le scene che tempestano i talk show, i social e tutte le piattaforme che veicolano ogni giorno un mare di boiate.

Immaginate: un esodo di donne incinte pronte a sbarcare sulle coste italiane, partite perché hanno saputo che dal duemilaCREDICI è stata approvata la riforma sulla cittadinanza.
Oppure immaginate con me, Omar che ottiene la cittadinanza tramite lo Ius Soli e in automatico acquista un punteggio per accedere al girone dei radicalizzati. Eh sì, perché è un dato di fatto!

“Gli attentati di Bruxelles e in Francia sono stati fatti da “seconde generazioni”, che avevano la cittadinanza”.
Come se fosse superfluo dire che erano ragazzi che non si riconoscevano nel paese dove sono nati, che alcuni avevano un passato di tossicodipendenza e soprattutto figli di un processo di (de)integrazione.

Immaginate: se nel duemilaCREDICI fosse approvata la legge della cittadinanza, un milione di persone, perlopiù ragazzi, diventerebbe elettorato attivo. Chi ne gioverebbe?
Un passo indietro, se una persona lotta per il riconoscimento di un diritto esce dalla logica propagandistica che vuole commercializzare i diritti come se fossero delle merci per alimentare simpatie e antipatie.
Sicuramente, inutile dire che insultare o usare i tuoi potenziali futuri elettori non è una tattica intelligente.

DISCLAIMER : Se il discorso non fila e genera intolleranza perché pensate che la riforma della cittadinanza porterà a :

  1. Esodo di donne incinte, pronte a parcheggiare i figli in Italia;
  2. Promozione del radicalismo;
  3. 1 000 000 di persone di futuri elettori, che votano sinistra.

abbandonate questa pagina o vi sfido a continuare a leggere con l’intenzione di stimolare un confronto di idee.

Entriamo nel merito della riforma, perché se il problema sono i luoghi comuni che delineano scenari goffi che però viaggiano nei binari della paura, bisogna chiarire la situazione.

Attualmente, la riforma in vigore prevede l’acquisizione della cittadinanza tramite:

– IUS SANGUINIS (“diritto di sangue”): La cittadinanza si eredita nel caso in cui almeno uno dei due genitori o entrambi siano italiano per trasmissione diretta.

La proposta di legge attuale chiamata “Ius soli condizionato”, prevede due modalità di acquisizione della cittadinanza :

Lo Ius soli temperato, che prevede l’attribuzione diretta della cittadinanza italiana ad un bambino nato in Italia se il genitore risiede in Italia da almeno 5 anni e proviene dall’Unione Europea, con permesso di soggiorno permanente .
Mentre, se il genitore proviene da un paese non europeo c’è un vincolo legato al reddito che deve essere superiore all’assegno sociale (almeno 5824,91 Euro), avere un alloggio idoneo secondo la legge e affrontare un test di conoscenza della lingua italiana e avere un permesso di soggiorno di lungo periodo.

Lo Ius Culturae , questa modalità di acquisizione della cittadinanza è legata al completamento di un percorso di studio.

Nel caso in cui il minore nato in Italia o arrivato in Italia entro il compimento del dodicesimo anno di età frequenta un ciclo scolastico di almeno 5 anni in Italia, ha diritto di acquisire la cittadinanza.

Ci sono dei vincoli che non permetterebbero di far acquisire la cittadinanza a chiunque, come spesso si fa intendere.
Non si tratta infatti di un Ius soli “puro” come quello vigente negli Stati Uniti, ma di un processo di acquisizione di cittadinanza con dei parametri precisi.

Se sei arrivato fino a qui, dovremmo essere riusciti a fare un passo in avanti: è l’utopia che diventa realtà. Siamo pronti ad abbandonare l’anno duemilaCREDICI e aprire la porta ad un diritto di cittadinanza inclusivo nel 2018?

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L’Umbria dell’integrazione raccontata dai suoi protagonisti

Raccontare l’Umbria dell’integrazione silenziosa. Una società che già esiste da molti anni: nelle scuole, nelle università, al supermercato, nei luoghi di lavoro, tra vicini di casa. Quel mondo mai rumoroso,…

Raccontare l’Umbria dell’integrazione silenziosa. Una società che già esiste da molti anni: nelle scuole, nelle università, al supermercato, nei luoghi di lavoro, tra vicini di casa. Quel mondo mai rumoroso, che non fa scalpore, non occupa le pagine dei giornali, non si moltiplica in modo forsennato sui social network. Un mondo che racconta di bambini con la pelle nera e uno spiccato dialetto locale, di coppie composte da persone che provengono dagli angoli opposti del mondo, di vicini di banco, compagni di squadra, colleghi di lavoro, insomma, umbri di “varia origine” che hanno costruito per la nostra regione una identità nuova e armoniosa.

È questa l’Umbria che vogliamo raccontare con il nostro piccolo grande esperimento: Blog Niù, il blog delle nuove identità urbane. O forse, più banalmente, l’Umbria a cui vogliamo dare voce. Senza gridare, ma nemmeno sussurrando. E per farlo abbiamo deciso di reclutare, come reporter, chi questa Umbria ha la responsabilità di continuare a costruirla. Giovani, studenti, lavoratori figli di immigrati e “italiani doc”, rifugiati, richiedenti asilo. Tutti diversi, per età, esperienze, credo religioso, provenienza, ma tutti interessanti a conoscere, raccontare, vivere la nuova società. Con una consapevolezza: che la realtà in cui ci troviamo è il frutto di un processo irreversibile, è già qui e deve essere raccontata. Senza pregiudizi, con ironia, qualche volta con severità, ma senz’altro con l’occhio curioso di chi vive su se stesso un’epoca complicata e piena di contraddizioni. Niente potrebbe essere più in controtendenza in questo momento. Per il modo in cui vogliamo raccontare i principali temi di una società multietnica, per i toni che abbiamo scelto, per i narratori, e per la piazza “virtuale” di discussione, spesso luogo in cui aggressività e pregiudizi hanno vita facile. Noi però ad avere vita facile non siamo interessati, molti di noi non avrebbero fatto le scelte che hanno fatto. E anche questo racconteremo. Un punto di vista, semplice, divertente e per questo, ci piace pensare, rivoluzionario. Racconteremo storie, ci prenderemo anche in giro, descriveremo un mondo affascinante, di varia umanità, fatto anche di desideri e aspettative, di coraggio e paure, le stesse per tutti. Con il sorriso di chi guarda alla società con fiducia, con la serietà di chi sente addosso la responsabilità di raccontare storie, pezzi di vita, esperienze. Con la caparbietà di chi non vuole fermarsi al primo sguardo, ma ha il desiderio di andare a fondo. Vale la pena tentare, non soltanto per noi.

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