Community Action: partecipare al cambiamento

Come partecipare al cambiamento di una comunità? È una domanda che non ha una risposta diretta, ma piano piano penso che ciascuno si crei la propria versione della risposta, tra…

Come partecipare al cambiamento di una comunità?

È una domanda che non ha una risposta diretta, ma piano piano penso che ciascuno si crei la propria versione della risposta, tra le diverse attività e azioni da intraprendere.

Nel mio caso, grazie alla partecipazione al progetto europeo DREAMM. L’esperienza mi sta facendo scoprire la bellezza e la complessità di lavorare una comunità diversa che lavora per un obiettivo comune: una società più inclusiva e multiculturale.

L’ultimo task all’ordine del giorno è la creazione di uno spazio comune, interculturale, accogliente, dinamico ed aperto a tutti.

La call to action per la creazione di un Community Space innovativo mira a realizzare lo spazio partendo dai bisogni e dalle idee della popolazione locale.

Per ascoltare le voci della comunità locale sono pensati diversi appuntamenti, per favorire il coinvolgimento e la partecipazione attiva della popolazione della zona.

Il primo evento sarà Mercoledì 20 Aprile 2022, alle ore 16.00 presso l’Aula V del Dipartimento di Fissuf, Piazza Giuseppe Ermini 1, Perugia.

Curioso di essere dei nostri?

Be the change you wish to see in the world!

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Vorrei poter tornare a Casa…

C’è una poesia di Gianni Rodari che risuona spesso nella mia testa. Si intitola “Il treno degli emigranti“. Pochi versetti, in cui è rinchiuso tutto quello che un emigrante porta…

C’è una poesia di Gianni Rodari che risuona spesso nella mia testa. Si intitola “Il treno degli emigranti“.

Pochi versetti, in cui è rinchiuso tutto quello che un emigrante porta con sè quando decide di lasciare la sua terra natale per cercare fortuna altrove, quella terra tanto amata che però non gli dà da mangiare per poter vivere.

Spesso chi non emigra non ha minimamente idea delle emozioni che prova una persona che lo fa.

Le ragioni per cui un qualcuno decide di emigrare sono molteplici, ma non per questo più o meno importanti. La valigia di cui parla Rodari è una valigia che non contiene scarpe o sapone o asciugamani. E una valigia che contiene la terra del villaggio, il pane e una frutta fresca, le cose materiali che più si avvicinano a ciò che conosciamo e che ci rendono felici.

Mi ricordo ancora quel giorno in cui decisi che l’emigrazione era l’unica scelta possibile per me e mio marito. Passai un paio di settimane a trovare tutte le scuse possibili e inimmaginabili per non doverlo fare, tuttavia, in quel momento lì, forse, era la scelta più sensata. Di sicuro non scappavamo dalla guerra o da altre situazioni difficilissime, semplicemente ci trasferivamo da un Paese europeo ad un altro.

Per me una tragedia. Avete presente quando Heidi viene portata di forza dalle Alpi a Francoforte e inizia a fare la sonnambula di notte perché le mancano le montagne? Beh, a me succede più o meno una cosa del genere. Qualche volta il mio stress è così forte che il mio fisico non lo regge, e reagisce scatenando diverse infezioni e/o malanni.

Per me l’emigrazione nei Paesi Bassi è stata ed è un calvario, non riesco a integrarmi in questa società, e stiamo parlando di una nazione europea.

Penso a come gli altri emigranti come me possano sentirsi, soprattutto quelli che scappano da condizioni disperate come guerra, mancanza di acqua, cibo, eccetera. Me lo chiedo spesso, come si può arginare la nostalgia?

Ah, la nostalgia… Secondo la definizione di Treccani:

Nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano […] Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati.”

In portoghese, Saudade, non può essere tradotto. Impossibile. La nostalgia non ha cura chimica, l’unica soluzione è quella di poter tornare a casa, di poter vivere lì, dove ti senti appartenere, con la tua terra, il pezzo di pane senza sale e un frutto, tutto ciò che conta.

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

Un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

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MIGRAZIONI DI CLASSE

“Loro sono i veri rifugiati”. Sembra la frase di una frangia populista della politica italiana o l’inevitabile conclusione di alcune conversazioni casualmente captate in certi bar. Eppure, non è così,…

Loro sono i veri rifugiati”.

Sembra la frase di una frangia populista della politica italiana o l’inevitabile conclusione di alcune conversazioni casualmente captate in certi bar. Eppure, non è così, mi trovo di fronte ad un operator* del settore dell’accoglienza rifugiati.

Siamo di fronte ad un caffè all’ombra del sole caldo di agosto. È l’agosto del 2021 e stanno arrivando in Italia i primi rifugiati dall’Afghanistan. Per quanto diverso il viaggio e la legalità del loro arrivo anche loro sono rientrati nel circolo delle richieste asilo e nel percorso necessario per l’ottenimento dello status di rifugiato, con i documenti che ne conseguono e la speranza di ricrearsi una vita.

Io prendo sempre il caffè amaro, adoro l’impatto iniziale che ha sulle labbra e il modo in cui si ritira la lingua a contatto col sapore forte del caffè. Sono alla fine di una giornata di lavoro particolarmente faticosa, i nuovi arrivi, l’assegnazione delle camere, provare a spiegare le regole del centro e il funzionamento del procedimento burocratico per l’ottenimento dei documenti. La fortuna di avere una lingua di comunicazione, l’inglese, è fondamentale. La mia giornata sta finendo e con dei colleghi commentiamo la fortuna di avere una lingua con cui comunicare con i rifugiati afgani appena arrivati al centro. Mi sto godendo la digestione al sole quando sento:

loro sono gli unici che hanno davvero il diritto di stare qui. Loro sono i veri rifugiati”.
La digestione si blocca.

Voglio premettere che io sono bianca, né ricca, né povera, ho sempre lavorato e studiato per aiutare la mia famiglia ma ho il lusso di studiare e vivere secondo la mia più semplice naturalezza. Dico questo perché penso sia una parte importante della mia reazione, chiamiamolo senso di colpa bianco, chiamiamolo buonismo, chiamiamola educazione cristiana ma questa distinzione tra immigrazione di serie A e immigrazione di serie B mi ha fatto andare di traverso il caffè.

Perché distinguere chi lascia casa propria, le proprie radici, i propri affetti, la propria lingua, classificandolo in base al motivo per cui decide (o è costretto) a fuggire? Quello che mi chiedo davvero è perché far ricadere su di loro la pesantezza di una categorizzazione così forte? Vogliamo dire che non poter dare da mangiare alla propria famiglia non è un motivo valido per cercare qualcosa di meglio? Il padre di mia nonna lavorò in Germania per molte estati in una miniera, in cosa era diverso?

Certo potremmo criticare il sistema di accoglienza, il fatto che un procedimento di richiesta di asilo può durare anche sette anni, durante i quali la persona dietro il processo, lavora, trova amici, crea quotidianità, si arrabbia, è felice, magari si innamora se è fortunato. E dopo sette anni di rinnovi del permesso di soggiorno ti dicono che non puoi più rimanere, che ora, dopo sette anni, devi lasciare di nuovo quella che magari avevi iniziato a sentire un po’ come casa tua.

Potremmo criticare certo, una mancanza di distinzione tra le motivazioni che portano alla migrazione, non classificandole ma gestendo i processi burocratici e gli status valutando i perché oltre al cosa, valutando cosa mi ha spinto così da sapere anche cosa cerco alla fine di questo viaggio. Ma perché ma perché far ricadere una classificazione gerarchica su chi tutto questo processo lo subisce? È “colpa” del ragazzo bengalese di venti anni, scappato per dare un futuro alla famiglia, se si è ritrovato nella macchina del richiedente asilo quando lui vorrebbe solo lavorare e mandare i soldi a casa? È colpa del Burkinabé’ fuggito da Boko Haram se il paese non dichiara uno stato di emergenza al confine col Mali?

La cosa che trovo ancora difficile da accettare, a distanza di mesi, è come questa distinzione sia stata trasferita sulla realtà giornaliera, non solo nel trattamento giuridico, nei tempi di attesa e nella priorità data a tutti i livelli della macchina burocratica, ma, soprattutto, del trattamento relazionale riservato a seconda della provenienza.

Certo, la fuga da una guerra in corso e da una situazione come quella dell’Afghanistan e dell’Ucraina rende necessaria la velocizzazione del processo ed è evidente che i controlli necessari dopo le dichiarazioni siano quasi inutili rispetto alle altre situazioni. È anche inevitabile che un uomo istruito e benestante faccia richieste diverse rispetto ad un ragazzo ventenne poco più che alfabetizzato e che le possibilità di comunicazione siano differenti. Sicuramente sarà solo il primo a chiedere la convalida di un titolo universitario e avrà bisogno di un aiuto in questo, cercherà un altro tipo di lavoro, potrà spiegarsi quando è triste, quando sta male, se non riesce a dormire perché i Talibani sono entrati nella casa dove vive sua moglie che non è riuscita a scappare..

E certamente, sarà inevitabile, riconoscere un problema di fondo nella politica di accoglienza italiana che non contempla i rifugiati economici o i rifugiati climatici tra le possibilità per le quali fare richiesta di soggiorno.

Ma questo giustifica una distinzione così classista tra immigrati “come noi” e immigrati “diversi”? rifugiati di serie A e rifugiati di serie B?

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Insieme verso un sogno condiviso: DREAMM

“A dream you dream alone is only a dream. A dream you dream together is reality.”John Lennon Oggi voglio condividere con voi un progetto, che in sé è un’esperienza, un’opportunità…

“A dream you dream alone is only a dream. A dream you dream together is reality.”
John Lennon

Oggi voglio condividere con voi un progetto, che in sé è un’esperienza, un’opportunità di mettersi in gioco, di crescita, di apprendimento informale, di riflessione e anche molto di più: il progetto DREAMM.

Come si può intuire dal nome, il termine deriva dall’inglese dream e significa sogno/ sognare. DREAMM è il nome del progetto europeo per l’integrazione e la promozione interculturale tra la comunità locale e i migranti appena arrivati, i third country nationals (TCNs).
Per lo stesso principio per cui i sogni prendono vita se condivisi dai più, ecco che dream diventa DREAMM, per inglobare nell’identità del progetto la sua parte innovativa.

La doppia consonante ha così una valenza figurativa, per includere sia i Mentors appartenenti alla comunità locale, sia i Migrants, beneficiari del progetto – TCNs.

Come si svolge il progetto? Cosa c’è di innovativo?

Semplice! La creazione di una rete di volontari, i mentors, appartenenti alla comunità locale, disponibili a supportare i migranti nelle sfide quotidiane della società d’arrivo. Ciò avviene tramite un processo d’orientamento sociale che si sviluppa come una relazione di mentorship peer-to-peer che permette una crescita e arricchimento bi-direzionale.

Le figure del progetto sono: lead mentors, mentors, Third countries nationals.
I lead mentors sono perlopiù professionisti attivi nel settore dell’accoglienza, con esperienza nel sociale, a supporto dei mentors.
I mentors sono giovani ragazzi, studenti universitari, donne, seconde generazioni.. insomma chiunque sia motivato e interessato ad intraprendere un percorso di arricchimento attraverso l’interazione interculturale.
I Third countries nationals, beneficiari ultimi del progetto, sono i cittadini di Paesi terzi presenti nella comunità locale, all’inizio del loro percorso d’inserimento nella società d’arrivo.

Il progetto ha portata internazionale ed è già attivo in altri 6 Stati Europei.

Io sono già una mentor.. Potresti scegliere di diventarlo anche te! Curioso di saperne di più?

Ti aspetto mercoledì pomeriggio dalle 15.00 alle 17.00 in via della Viola 1, PG, nella sede di CIDIS Onlus, per l’appuntamento settimanale del “One Roof Community Meetup!

Vieni con noi in un viaggio alternativo attraverso lingue, culture, e Paesi diversi, nell’attesa di poter tornare a viaggiare davvero!

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Dal Perù agli Stati Uniti… a Perugia alla ricerca delle mie radici!

Piacere! Mi chiamo Luciana e vi racconto un po’ la mia storia.. Sono nata e cresciuta in Perù, ma ho sempre sentito dentro di me la curiosità e la voglia…

Piacere! Mi chiamo Luciana e vi racconto un po’ la mia storia..

Sono nata e cresciuta in Perù, ma ho sempre sentito dentro di me la curiosità e la voglia di scoprire nuove culture e viaggiare.

Questo mi ha portato a trasferirmi negli Stati Uniti d’America dove ho vissuto per ben 12 anni, acquisendone la cittadinanza.
Tuttavia, non ho mai sentito come mia la cultura americana, troppo lontana da quella del mio Paese d’origine, così nel 2019 ho deciso di trasferirmi in Italia.

L’Italia è un Paese che è stato sempre presente nella mia infanzia. Il mio bisnonno era originario di Genova, quindi, crescendo ho sempre sentito storie sulla cultura e la vita in Italia, senza mai però avvicinarmi tanto da poterla vivere.
Ho deciso così di imparare l’italiano, e ho iniziato da autodidatta su Dualingo (tanta forza di volontà!) e una volta arrivata in Italia, ho continuato a sforzarmi di parlare la lingua fino a raggiungere un buon livello d’interazione.
Nel 2019, senza immaginare che una pandemia aspettava dietro l’angolo per sconvolgere la mia vita, mi sono trasferita a Perugia, dove ho iniziato a lavorare come ricercatrice ad un progetto dell’Università degli Studi di Perugia.

Ho una formazione umanistica, con una passione per la psicologia, e proprio all’Unipg, ho deciso di proseguire i miei studi con una magistrale in questo ambito.

Ad oggi, posso finalmente dire che sono felice e mi sento a casa. Mi reputo fortunata; già dal mio arrivo mi son sentita partecipe e inclusa nella cultura italiana. Ciò mi ha dato la consapevolezza che avevo finalmente trovato il mio posto.
A volte ho nostalgia della mia vita precedente, soprattutto gli amici, il lavoro, l’università.. ma se penso al futuro son sicura che è qui dove voglio rimanere!

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Un piccolo pezzo di Romania sempre con te

Vengo dalla Romania e sono qui in Italia da circa diciott’anni, quando avevo dieci. Il mio arrivo è stato un po’ particolare perché praticamente ho saltato un anno di scuola…

Vengo dalla Romania e sono qui in Italia da circa diciott’anni, quando avevo dieci. Il mio arrivo è stato un po’ particolare perché praticamente ho saltato un anno di scuola elementare: ho iniziato la scuola più tardi e quindi ero più grandicella. Mi hanno spostato un anno in avanti e praticamente ho saltato alla terza elementare. è stata un’esperienza un po’ così…soprattutto quando ho scoperto che il sabato si andava a scuola, che per me era un sacrilegio!

Attualmente vivo a Perugia, dopo aver vissuto in un paesino in provincia di Terni e poi in piccoli comuni. Il mio obiettivo però è di continuare a rimanere a Perugia, perché mi trovo bene. Qui ho fatto anche le superiori e gli studi di laurea in servizio sociale, e ho ottenuto l’abilitazione come assistente sociale.

Com’è stato cambiare dalla Romania, cos’è che ti ha colpito di più?

Diciamo che sono stata abbastanza fortunata, dato che sono venuta quando ero ancora piccola. Comunque sia cambiare paese, con un’altra lingua e u n altro contesto, è sempre e comunque sempre un cambiamento importante: io sono arrivata che non sapevo nemmeno parlare. Sono arrivata ad agosto e poi a settembre è iniziata la scuola. Sapevo dire poche parole, quando alle elementari una mia compagna mi chiese “dove abiti?” io non riuscivo a comprendere la domanda, perché non riuscivo a capire cosa volevo volesse dire la parola “abiti”. Questa è una cosa che mi ricorderò sempre. Fortunatamente poi da piccoli a scuola si impara in fretta.

Poi diciamo che questo spostamento per me è diventato la normalità: una volta venuta in Italia non ho più vissuto con i miei genitori ma con mio fratello, e quindi ci trasferivamo a seconda del suo lavoro: Terni, Tavernelle, la zona del Trasimeno … e alla fine a Perugia

Cosa ti ricordi, se ti ricordi qualcosa, della Romania?

Mi ricordo tante cose. La cucina in particolare, ero abituata a sapori forti. Ogni tanto ne sento la mancanza, anche se tutto adesso è di molto più facile reperibilità nei negozi.

Un’altra cosa che mi piaceva era la magia di alcuni luoghi: lì ci sono proprio dei paesaggi naturali molto belli. E poi nel tempo mi sono resa conto che avevo anche un po’ di nostalgia di alcune tradizioni, che da adolescente avevo messo da parte ma che sta riscoprendo adesso da grande, dopo essermi sposata con mio marito, anche lui della Romania. Quindi insieme abbiamo scoperto delle cose che inevitabilmente ci appartengono: modi di essere, modi di fare, cose che sono comunque intrinseche, che sono dentro di noi

Insomma vi siete portati dentro un po’ di Romania.

Diciamo di sì! Anche se poi era una cosa un po’ strana, a casa parliamo solo italiano perché anche lui ha vissuto sempre qui da quando era piccolo, siamo praticamente seconde generazioni. Eppure mi ha sempre un po’ colpito che ci siano alcune cose che rimangono, come vivere le feste, il Natale, o la Pasqua. Per dire, anche quando ci siamo sposati abbiamo fatto un matrimonio come si farebbe qui, però riprendendo cose tipiche della Romani. Sono quelle cose, magari anche piccole, che però, inevitabilmente, rimangono.

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Una seconda generazione tra difficoltà e impegno nel sociale

Ciao Nadia, dicci un po’ di te. Sono nata a Marsciano da una famiglia di immigrati marocchini, ho 27 anni e frequento la facoltà di Economia. Siamo arrivati in Umbria…

Ciao Nadia, dicci un po’ di te.

Sono nata a Marsciano da una famiglia di immigrati marocchini, ho 27 anni e frequento la facoltà di Economia. Siamo arrivati in Umbria negli anni ’90. Mentre mia mamma era incinta mio papà era già in Europa, tra Francia e Svizzera. Mia mamma mi raccontava sempre che appena arrivata parlava solo francese, quindi quando andava dal fornaio non la capivano, tornava a casa e piangeva, poverina, perché non riusciva ad esprimersi. In più i primi marocchini venuti in Italia erano tutti maschi, quindi non poteva frequentare nessuno.

La cosa è migliorata quando ha frequentato il corso per prendere la patente e il corso di italiano. Alla fine è stato un grande esempio di integrazione, dal Comune spesso l’hanno chiamata proprio per prenderla ad esempio di come l’integrazione sia una cosa possibile.

Come è stato vivere come una seconda generazione in un piccolo paese umbro?

Gli anziani del paese ci hanno sempre accolto in casa, addirittura hanno aiutato mio padre quando era in difficoltà con il lavoro. Quando i miei genitori sono arrivati qui la situazione era sì difficile ma la mentalità era più aperta. Non per cadere in una generalizzazione, ma secondo me gli immigrati più recenti di seconda generazione si trovano in un conflitto vero e proprio tra l’identità dei loro genitori e quella italiana. Io questo conflitto di identità l’ho subito più che altro alle superiori, quando c’erano più stranieri, e quindi mi sono dovuta confrontare con idee diverse dalle mie.

Ho avuto anche alcune difficoltà con la religione musulmana, perché io mi sento molto più libera. Quindi il conflitto è stato, più che sull’essere italiano o marocchino, sulla identità religiosa, diciamo culturale.

L’esempio che ti ha dato tua mamma ti ha reso la strada più semplice o è stato il contrario?

Ripensandoci adesso è stata più spianata rispetto a quella di tanti altri ragazzi nella mia situazione, anche di persone che conosco.

Da quando ero piccola, avevo 17 anni, frequento i servizi giovani e ho fatto sempre parte del mondo dell’associazionismo. Un progetto che porto sempre nel cuore è stato lo Young Angles. Il mantra di questo progetto era di collegare tutti gli angoli dell’Umbria,, e i giovani umbri, come in un cubo. Grazie a questo progetto ho fatto una formazione di psicologia e sui social, e da lì mi sono interessata al mondo dell’ascolto diretto e del social media management.

Un ricordo che mi porterò di questo progetto era il mettersi in gioco. Ci hanno sempre forzato a parlare in pubblico, ad esprimere le nostre idee, di fare cose creative.

Ho partecipato anche ad altri progetti che mi hanno fatto conoscere altre persone e fatto uscire un po’ dal mio guscio, essendo stata sempre ragazza timida, ed è uscita un po’ la mia vera personalità

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Una mamma e una figlia, alla conquista di Terni

Oggi siamo in trasferta! Eravamo a Terni e siamo stati invitati da Amira a casa sua per fare una chiacchierata. Ho 22 anni e vivo a Terni da 11 anni….

Oggi siamo in trasferta! Eravamo a Terni e siamo stati invitati da Amira a casa sua per fare una chiacchierata.

Ho 22 anni e vivo a Terni da 11 anni. Insomma ho vissuto parte della mia infanzia e tutta l’adolescenza qui. Mia mamma era già da tempo qui in Italia quando ha deciso di portarmi qui. Prima non era possibile perchè ero ancora troppo piccola, e lei avrebbe dovuto badare a me da sola.

Del mio arrivo qui mi ricordo solamente una cosa: la pulizia. Le strade pulite, il fiume chiaro dentro la città. Era diverso da qualsiasi cosa avessi visto in Costa d’Avorio.

Come è stato per tua mamma essere una mamma single in un diverso Paese?

In realtà non ne parla spesso, sicuramente all’inizio è stato complicato, soprattutto per via della lingua, ma aver già vissuto in Italia e aver capito come funzionavano le cose qui sicuramente ha aiutato molto. Quello che so però è che mia mamma ha vissuto per qualche mese in Francia, però poi ha deciso di tornare in Italia. Non se ne è mai pentita: ha deciso di rimanere a Terni perché la città le piace e ci vive bene.

E anche a me piace: prima che fossi costretta a smettere per via del Covid ho lavorato per qualche mese a Roma come barista. E anche allora, ho deciso da fare la pendolare e rimanere a vivere qui a Terni. Qui ci troviamo bene.

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L’umanità ha bisogno di umanità

In questi giorni di quarantena mi sono trovata a riflettere sulla situazione che ognuno di noi sta vivendo. Ho deciso di mettere per iscritto i miei pensieri e le mie…

In questi giorni di quarantena mi sono trovata a riflettere sulla situazione che ognuno di noi sta vivendo. Ho deciso di mettere per iscritto i miei pensieri e le mie riflessioni riguardo a questo momento di difficoltà, che io personalmente sto affrontando con emozioni contrastanti. A volte, non potendomi rassegnare all’idea che tutto sia iniziato per caso, mossa da un potente bisogno di capire il perché di tutto questo, vado compulsivamente alla ricerca di spiegazioni; forse perché per me sarebbe più facile accettare quello che sta accadendo. Ma ragioni non ce ne sono, o quanto meno non è facile individuarle. Altre volte invece, sentendomi impotente, mi rifugio nel mio “nuovo mondo” fatto di piccole e semplici cose, ma comunque molto gratificanti, che spesso si danno per scontate. Qui nel mio mondo, prevale la rassegnazione, mi siedo e aspetto che la corrente mi trascini a riva. Forse è questo lo spirito giusto per vivere più serenamente questo periodo? Ancora devo capirlo. Una delle emozioni che in questi giorni non è venuta a bussare alla mia porta è la rabbia. Quella proprio no. Perché avere bisogno di odiare?

Purtroppo, ancora una volta, ci siamo ritrovati a riversare la nostra rabbia contro chiunque ci apparisse “responsabile” o “potenziale responsabile” della diffusione del virus. Vi ricordate qualche mese fa quando ancora l’Italia sembrava essere immune al Coronavirus come ci siamo accaniti contro la popolazione cinese residente nel nostro Paese? È toccato per prima ai cinesi, perché ritenuti gli untori di quella che di lì a poco sarebbe stata definita una pandemia. Abbiamo di colpo smesso di consumare cibo nei loro esercizi, ad emarginarli, fino ad arrivare alla violenza verbale e fisica. Ironia della sorte, ora che siamo incappati anche noi, insieme a tanti altri Paesi, nel tunnel del Coronavirus, i cinesi ci vengono in soccorso.  Non ho bisogno di aggiungere altro. Ma le manifestazioni di rabbia e risentimento per questa situazione a dir poco frustrante e angosciante non hanno colpito solo la popolazione cinese, bensì qualsiasi individuo che venisse reputato, in maniera azzardata vorrei aggiungere, come civicamente e umanamente irresponsabile. Sarà capitato quasi ad ognuno di noi di essere stato vittima, di aver assistito o di aver sentito parlare di episodi di aggressione verbale da parte di soggetti profondamente indignati di fronte ai comportamenti non conformi alle disposizioni emanate dal decreto di alcuni cittadini. La rabbia è sfociata nella violenza verbale a scapito di tutte quelle persone considerate untori per aver portato il bambino al parco, perché amanti della corsa e dell’attività all’aria aperta, più comunemente definiti runners, o perché avvistati per strada, senza avere la minima idea del perché quella persona si trovava fuori casa in quel momento.

È accaduto pure a me. Qualche settimana fa mentre stavo ritornando a casa sono stata aggredita verbalmente da una donna che si trovava davanti al suo portone, impegnata a controllare chi infrangesse le regole. Premetto che non ho risposto alle provocazioni di questa persona che mi ha dato dell’“ignorante” e della “pezzo di merda” per avermi vista per strada. Oltre agli insulti, mi ha accusato di essere una delle responsabili di questa situazione. Il tutto è stato urlato a squarciagola dall’altra parte della strada. Con questo non voglio di certo dire che chiunque sia autorizzato a mettere da parte il proprio senso di responsabilità ed infrangere le regole, tutt’altro. Ma credo che questa violenza non porti nulla, non dobbiamo per forza cercare un colpevole da condannare. Spero che usciti da questo periodo difficile saremo diventati tutti più umani. Non perbenisti, ma umani.

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