DREAMM: SOGNANDO INSIEME UN’INTEGRAZIONE RECIPROCA

Sono ormai diversi mesi che il progetto DREAMM è decollato con iniziative ed eventi incentrati sull’interculturalità, vedendo il coinvolgimento di Lead Mentors, Mentors e delle persone arrivate da poco in…

Sono ormai diversi mesi che il progetto DREAMM è decollato con iniziative ed eventi incentrati sull’interculturalità, vedendo il coinvolgimento di Lead Mentors, Mentors e delle persone arrivate da poco in Europa. Il carattere innovativo di DREAMM è racchiuso nel concetto di integrazione bi-direzionale. Le iniziative di aggregazione sociale e culturale volte al raggiungimento di una migliore comprensione e consapevolezza di valori, tradizioni e culture altrui, favoriscono un senso di appartenenza comune. Attraverso una reciproca integrazione sarà possibile giungere ad un mutuo arricchimento culturale andando oltre gli stereotipi e ostacolare fenomeni di discriminazione, razzismo e xenofobia. Se sei curioso di lanciarti in questa iniziativa e di immergerti in un contesto culturalmente variegato e stimolante, ti aspettiamo ogni lunedì e mercoledì pomeriggio per il “One Roof Community Meetup” dalle ore 17:00 alle 18:00 presso la casa dell’associazionismo in via della Viola, 1. Sarà una preziosa occasione per conoscere persone di diversi Paesi e confrontarsi su tematiche culturali come strumento di conoscenza e integrazione reciproca, non da ultimo rispondere alle difficoltà e alle necessità delle persone giunte da poco in Italia, attraverso l’individuazione di obiettivi e servizi. Questi incontri saranno anche un’opportunità per raccontarsi e conoscersi, per questo è importante non mancare.

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Il dualismo socio-culturale dei figli di seconda generazione

In quanto figlia di seconda generazione, mi sembra doveroso trattare questa tematica in prima persona, considerando che diverse volte, soprattutto in questi ultimi 2 anni, mi è capitato di (per…

In quanto figlia di seconda generazione, mi sembra doveroso trattare questa tematica in prima persona, considerando che diverse volte, soprattutto in questi ultimi 2 anni, mi è capitato di (per via della continua esposizione a contenuti sui social che trattano tali argomenti, e le opportunità di confronto che ho avuto modo di avere con altri giovani dall’egual casistica) fermarmi un attimo e interrogarmi su come volessi definirmi, qualora avessero chiesto la mia provenienza.

‘da dove vieni’ ‘di dove sei’ ‘parli molto bene l’italiano’… queste sono solo alcune delle tante frasi e domande alla quale noi ‘figli dell’immigrazione’ siamo costretti a sentirci dire da persone sconosciute che non appena notano un tratto somatico diverso dal loro, invece di chiedere ‘come ti chiami’ o ‘quanti anni hai’, o ancora ‘cosa ti piace fare nella vita’, si permettono di chiedere senza (il più delle volte) un minimo di tatto, da dove vieni.

Potrebbero ora sorgere polemiche dove alcuni obietteranno dicendo ‘ma io non faccio questa domanda per cattiveria, è solo curiosità’, certo, è comprensibile. Ma la domanda che a questo punto mi sorge spontanea è: ‘se tu incontrassi ora una persona esteticamente tale e quale a te, le chiederesti immediatamente da dove venga?’.

Si dà dunque per scontato che tutte le persone bianche e caucasiche, siano italiane. Nel momento in cui si vede qualcuno che non rispetta questo canone, non puoi allora essere considerato di tali origini.

E questo porta a ciò che io definirei come un ‘dualismo socio-culturale’ alla quale i giovani di seconda o terza generazione sono costretti a vivere, dal momento in cui mettono piede nel mondo esterno. E sorgono domande e dubbi ‘mi sento più nigeriana o italiana o viceversa?’ ‘sono solo nigeriana perché ho la pelle nera, e i neri non possono essere italiani?’ ‘ma non sono mai stata in Nigeria, come posso definirmi anche di quelle origini? A quale comunità mi sento più appartenente o legata?’ ‘e poi, devo per forza definirle le mie origini? Perché non posso essere semplicemente considerata cittadina del mondo?’. 

Queste domande, tendono a sorgere (almeno nella mia esperienza personale) ad una età più o meno adulta, intanto però quando si è ancora adolescenti, la situazione è ben diversa, perché non ci si pensa più di tanto a dare peso a ciò. Si tiene comunque conto di essere diversi o di avere qualcosa di diverso dai propri coetanei, ma si cerca di camuffarlo il più possibile cercando di entrare a far parte della comunità del luogo in cui si è nati, di adottare certi atteggiamenti, modi di fare e parlare, a costo di andare anche contro qualche regola restrittiva imposta dalle proprie tradizioni o dai propri genitori.

Si vuole far vedere di essere ben integrati in quella comunità ‘’ospitante’’, al fine di non essere più considerati come ospiti ma come cittadini uguali a loro. Però quando si ritorna a casa, ci si rende conto di dover rimuovere quella maschera sociale che abbiamo esibito nel mondo esterno, e di doverne indossare un’altra che possa essere considerata idonea a ciò che le nostre origini ci richiedono e si aspettano da noi. Ma non sempre ci si riesce, e così ecco che arrivano i commenti tipici dei genitori, o altri parenti ‘ti comporti come gli italiani’, ‘non sei abbastanza nigeriana (o qualunque altra nazionalità)’, e questo non fa altro che confondere ulteriormente, nel corso della crescita, i figli con doppia cultura, che si ritrovano così a vivere un conflitto interiore su cosa si sentano veramente.

Fortunatamente nel corso di questi ultimi anni, sono stati introdotti dei termini che potrei definire ‘ombrello’, che racchiudono tramite una parola composta, la doppia nazionalità di noi figli di seconda generazione, come per esempio ‘’italo-nigeriano/italo-rumeno…’’ o in maniera più generale ‘’Afro-italiano/Afro-europeo/Afro-americano..’’ e questo sembra in qualche modo rendere più facile rispondere alla domanda ‘che origini hai’. Ritengo, tuttavia, che forse potremmo tutti e tutte, iniziare ad essere un po’ meno categorici nel definirci, e iniziare ad assumere una visione di appartenenza, più aperta, cosmopolita, mondiale.

Perché in fin dei conti, è proprio questo, il mondo, la nostra casa comune ed esso ci accoglie indipendentemente dalla nostra duplice cultura e cittadinanza.

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Tiàwuk: alla scoperta di un nuovo pianeta. Il viaggio di Gabriele Cecconi tra realtà e finzione

Il talento e la sensibilità di Gabriele Cecconi, fotografo documentarista perugino, ci hanno permesso di scoprire TiàWuk, definito da lui stesso un altro pianeta. Durante una mostra fotografica presso l’associazione…

Il talento e la sensibilità di Gabriele Cecconi, fotografo documentarista perugino, ci hanno permesso di scoprire TiàWuk, definito da lui stesso un altro pianeta. Durante una mostra fotografica presso l’associazione Istanti, il fotografo ci ha raccontato della sua esperienza in Kuwait e di come sia maturata l’idea di creare un progetto fotografico in grado di restituire la complessità di un mondo “distopico” e di un Paese caratterizzato da un modello islamico contrapposto ad un sistema capitalista.

“Ho conosciuto il Kuwait tramite una minoranza etnica e così è stato possibile raccontare il mondo arabo andando oltre gli stereotipi che vengono attribuiti dal mondo occidentale. Ero interessato a come le persone vivono in un ambiente dove da un punto di vista estetico realtà e finzione sono due facce della stessa medaglia”.

L’esperienza in Kuwait ha consentito a Gabriele di documentare un Paese dalle molteplici contraddizioni, dove gli eccessi e la ricchezza economica lo caratterizzano. Ne sono testimonianza la raccolta di foto che ci ha presentato.

“Sono stato ospitato da un ricco kuwatiano che nella sua sfarzosissima villa teneva un ghepardo come fosse un gattino. Lì per lì ho avuto anche un po’ di paura non essendomi mai trovato così vicino un animale del genere”.

Il progetto di Gabriele ci ha permesso di “viaggiare” attraverso il suo approccio e linguaggio fotografico in un Paese così diverso e così surreale che solo i sui scatti ne colgono la complessità e ne attribuisco un profondo significato che lascia riflettere sulla natura umana e sulla sua fragilità interiore.

Kuwait City, Emirate of Kuwait, 13/03/2019 – A cheetah is seen inside a private house. After raising a lion for 3 years, the owners now takes care of two cheetahs that roam freely around the living room of his house. Despite it’s now illegal to own wild animals, there is still a lot of Kuwaiti citizens who. want them as a form of obstentation and status. Ph Gabriele Cecconi

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Community Action: partecipare al cambiamento

Come partecipare al cambiamento di una comunità? È una domanda che non ha una risposta diretta, ma piano piano penso che ciascuno si crei la propria versione della risposta, tra…

Come partecipare al cambiamento di una comunità?

È una domanda che non ha una risposta diretta, ma piano piano penso che ciascuno si crei la propria versione della risposta, tra le diverse attività e azioni da intraprendere.

Nel mio caso, grazie alla partecipazione al progetto europeo DREAMM. L’esperienza mi sta facendo scoprire la bellezza e la complessità di lavorare una comunità diversa che lavora per un obiettivo comune: una società più inclusiva e multiculturale.

L’ultimo task all’ordine del giorno è la creazione di uno spazio comune, interculturale, accogliente, dinamico ed aperto a tutti.

La call to action per la creazione di un Community Space innovativo mira a realizzare lo spazio partendo dai bisogni e dalle idee della popolazione locale.

Per ascoltare le voci della comunità locale sono pensati diversi appuntamenti, per favorire il coinvolgimento e la partecipazione attiva della popolazione della zona.

Il primo evento sarà Mercoledì 20 Aprile 2022, alle ore 16.00 presso l’Aula V del Dipartimento di Fissuf, Piazza Giuseppe Ermini 1, Perugia.

Curioso di essere dei nostri?

Be the change you wish to see in the world!

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Vorrei poter tornare a Casa…

C’è una poesia di Gianni Rodari che risuona spesso nella mia testa. Si intitola “Il treno degli emigranti“. Pochi versetti, in cui è rinchiuso tutto quello che un emigrante porta…

C’è una poesia di Gianni Rodari che risuona spesso nella mia testa. Si intitola “Il treno degli emigranti“.

Pochi versetti, in cui è rinchiuso tutto quello che un emigrante porta con sè quando decide di lasciare la sua terra natale per cercare fortuna altrove, quella terra tanto amata che però non gli dà da mangiare per poter vivere.

Spesso chi non emigra non ha minimamente idea delle emozioni che prova una persona che lo fa.

Le ragioni per cui un qualcuno decide di emigrare sono molteplici, ma non per questo più o meno importanti. La valigia di cui parla Rodari è una valigia che non contiene scarpe o sapone o asciugamani. E una valigia che contiene la terra del villaggio, il pane e una frutta fresca, le cose materiali che più si avvicinano a ciò che conosciamo e che ci rendono felici.

Mi ricordo ancora quel giorno in cui decisi che l’emigrazione era l’unica scelta possibile per me e mio marito. Passai un paio di settimane a trovare tutte le scuse possibili e inimmaginabili per non doverlo fare, tuttavia, in quel momento lì, forse, era la scelta più sensata. Di sicuro non scappavamo dalla guerra o da altre situazioni difficilissime, semplicemente ci trasferivamo da un Paese europeo ad un altro.

Per me una tragedia. Avete presente quando Heidi viene portata di forza dalle Alpi a Francoforte e inizia a fare la sonnambula di notte perché le mancano le montagne? Beh, a me succede più o meno una cosa del genere. Qualche volta il mio stress è così forte che il mio fisico non lo regge, e reagisce scatenando diverse infezioni e/o malanni.

Per me l’emigrazione nei Paesi Bassi è stata ed è un calvario, non riesco a integrarmi in questa società, e stiamo parlando di una nazione europea.

Penso a come gli altri emigranti come me possano sentirsi, soprattutto quelli che scappano da condizioni disperate come guerra, mancanza di acqua, cibo, eccetera. Me lo chiedo spesso, come si può arginare la nostalgia?

Ah, la nostalgia… Secondo la definizione di Treccani:

Nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano […] Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati.”

In portoghese, Saudade, non può essere tradotto. Impossibile. La nostalgia non ha cura chimica, l’unica soluzione è quella di poter tornare a casa, di poter vivere lì, dove ti senti appartenere, con la tua terra, il pezzo di pane senza sale e un frutto, tutto ciò che conta.

Non è grossa, non è pesante

la valigia dell’emigrante…

C’è un po’ di terra del mio villaggio,

per non restar solo in viaggio…

Un vestito, un pane, un frutto

e questo è tutto.

Ma il cuore no, non l’ho portato:

nella valigia non c’è entrato.

Troppa pena aveva a partire,

oltre il mare non vuole venire.

Lui resta, fedele come un cane,

nella terra che non mi dà pane:

un piccolo campo, proprio lassù…

Ma il treno corre: non si vede più.

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MIGRAZIONI DI CLASSE

“Loro sono i veri rifugiati”. Sembra la frase di una frangia populista della politica italiana o l’inevitabile conclusione di alcune conversazioni casualmente captate in certi bar. Eppure, non è così,…

Loro sono i veri rifugiati”.

Sembra la frase di una frangia populista della politica italiana o l’inevitabile conclusione di alcune conversazioni casualmente captate in certi bar. Eppure, non è così, mi trovo di fronte ad un operator* del settore dell’accoglienza rifugiati.

Siamo di fronte ad un caffè all’ombra del sole caldo di agosto. È l’agosto del 2021 e stanno arrivando in Italia i primi rifugiati dall’Afghanistan. Per quanto diverso il viaggio e la legalità del loro arrivo anche loro sono rientrati nel circolo delle richieste asilo e nel percorso necessario per l’ottenimento dello status di rifugiato, con i documenti che ne conseguono e la speranza di ricrearsi una vita.

Io prendo sempre il caffè amaro, adoro l’impatto iniziale che ha sulle labbra e il modo in cui si ritira la lingua a contatto col sapore forte del caffè. Sono alla fine di una giornata di lavoro particolarmente faticosa, i nuovi arrivi, l’assegnazione delle camere, provare a spiegare le regole del centro e il funzionamento del procedimento burocratico per l’ottenimento dei documenti. La fortuna di avere una lingua di comunicazione, l’inglese, è fondamentale. La mia giornata sta finendo e con dei colleghi commentiamo la fortuna di avere una lingua con cui comunicare con i rifugiati afgani appena arrivati al centro. Mi sto godendo la digestione al sole quando sento:

loro sono gli unici che hanno davvero il diritto di stare qui. Loro sono i veri rifugiati”.
La digestione si blocca.

Voglio premettere che io sono bianca, né ricca, né povera, ho sempre lavorato e studiato per aiutare la mia famiglia ma ho il lusso di studiare e vivere secondo la mia più semplice naturalezza. Dico questo perché penso sia una parte importante della mia reazione, chiamiamolo senso di colpa bianco, chiamiamolo buonismo, chiamiamola educazione cristiana ma questa distinzione tra immigrazione di serie A e immigrazione di serie B mi ha fatto andare di traverso il caffè.

Perché distinguere chi lascia casa propria, le proprie radici, i propri affetti, la propria lingua, classificandolo in base al motivo per cui decide (o è costretto) a fuggire? Quello che mi chiedo davvero è perché far ricadere su di loro la pesantezza di una categorizzazione così forte? Vogliamo dire che non poter dare da mangiare alla propria famiglia non è un motivo valido per cercare qualcosa di meglio? Il padre di mia nonna lavorò in Germania per molte estati in una miniera, in cosa era diverso?

Certo potremmo criticare il sistema di accoglienza, il fatto che un procedimento di richiesta di asilo può durare anche sette anni, durante i quali la persona dietro il processo, lavora, trova amici, crea quotidianità, si arrabbia, è felice, magari si innamora se è fortunato. E dopo sette anni di rinnovi del permesso di soggiorno ti dicono che non puoi più rimanere, che ora, dopo sette anni, devi lasciare di nuovo quella che magari avevi iniziato a sentire un po’ come casa tua.

Potremmo criticare certo, una mancanza di distinzione tra le motivazioni che portano alla migrazione, non classificandole ma gestendo i processi burocratici e gli status valutando i perché oltre al cosa, valutando cosa mi ha spinto così da sapere anche cosa cerco alla fine di questo viaggio. Ma perché ma perché far ricadere una classificazione gerarchica su chi tutto questo processo lo subisce? È “colpa” del ragazzo bengalese di venti anni, scappato per dare un futuro alla famiglia, se si è ritrovato nella macchina del richiedente asilo quando lui vorrebbe solo lavorare e mandare i soldi a casa? È colpa del Burkinabé’ fuggito da Boko Haram se il paese non dichiara uno stato di emergenza al confine col Mali?

La cosa che trovo ancora difficile da accettare, a distanza di mesi, è come questa distinzione sia stata trasferita sulla realtà giornaliera, non solo nel trattamento giuridico, nei tempi di attesa e nella priorità data a tutti i livelli della macchina burocratica, ma, soprattutto, del trattamento relazionale riservato a seconda della provenienza.

Certo, la fuga da una guerra in corso e da una situazione come quella dell’Afghanistan e dell’Ucraina rende necessaria la velocizzazione del processo ed è evidente che i controlli necessari dopo le dichiarazioni siano quasi inutili rispetto alle altre situazioni. È anche inevitabile che un uomo istruito e benestante faccia richieste diverse rispetto ad un ragazzo ventenne poco più che alfabetizzato e che le possibilità di comunicazione siano differenti. Sicuramente sarà solo il primo a chiedere la convalida di un titolo universitario e avrà bisogno di un aiuto in questo, cercherà un altro tipo di lavoro, potrà spiegarsi quando è triste, quando sta male, se non riesce a dormire perché i Talibani sono entrati nella casa dove vive sua moglie che non è riuscita a scappare..

E certamente, sarà inevitabile, riconoscere un problema di fondo nella politica di accoglienza italiana che non contempla i rifugiati economici o i rifugiati climatici tra le possibilità per le quali fare richiesta di soggiorno.

Ma questo giustifica una distinzione così classista tra immigrati “come noi” e immigrati “diversi”? rifugiati di serie A e rifugiati di serie B?

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Insieme verso un sogno condiviso: DREAMM

“A dream you dream alone is only a dream. A dream you dream together is reality.”John Lennon Oggi voglio condividere con voi un progetto, che in sé è un’esperienza, un’opportunità…

“A dream you dream alone is only a dream. A dream you dream together is reality.”
John Lennon

Oggi voglio condividere con voi un progetto, che in sé è un’esperienza, un’opportunità di mettersi in gioco, di crescita, di apprendimento informale, di riflessione e anche molto di più: il progetto DREAMM.

Come si può intuire dal nome, il termine deriva dall’inglese dream e significa sogno/ sognare. DREAMM è il nome del progetto europeo per l’integrazione e la promozione interculturale tra la comunità locale e i migranti appena arrivati, i third country nationals (TCNs).
Per lo stesso principio per cui i sogni prendono vita se condivisi dai più, ecco che dream diventa DREAMM, per inglobare nell’identità del progetto la sua parte innovativa.

La doppia consonante ha così una valenza figurativa, per includere sia i Mentors appartenenti alla comunità locale, sia i Migrants, beneficiari del progetto – TCNs.

Come si svolge il progetto? Cosa c’è di innovativo?

Semplice! La creazione di una rete di volontari, i mentors, appartenenti alla comunità locale, disponibili a supportare i migranti nelle sfide quotidiane della società d’arrivo. Ciò avviene tramite un processo d’orientamento sociale che si sviluppa come una relazione di mentorship peer-to-peer che permette una crescita e arricchimento bi-direzionale.

Le figure del progetto sono: lead mentors, mentors, Third countries nationals.
I lead mentors sono perlopiù professionisti attivi nel settore dell’accoglienza, con esperienza nel sociale, a supporto dei mentors.
I mentors sono giovani ragazzi, studenti universitari, donne, seconde generazioni.. insomma chiunque sia motivato e interessato ad intraprendere un percorso di arricchimento attraverso l’interazione interculturale.
I Third countries nationals, beneficiari ultimi del progetto, sono i cittadini di Paesi terzi presenti nella comunità locale, all’inizio del loro percorso d’inserimento nella società d’arrivo.

Il progetto ha portata internazionale ed è già attivo in altri 6 Stati Europei.

Io sono già una mentor.. Potresti scegliere di diventarlo anche te! Curioso di saperne di più?

Ti aspetto mercoledì pomeriggio dalle 15.00 alle 17.00 in via della Viola 1, PG, nella sede di CIDIS Onlus, per l’appuntamento settimanale del “One Roof Community Meetup!

Vieni con noi in un viaggio alternativo attraverso lingue, culture, e Paesi diversi, nell’attesa di poter tornare a viaggiare davvero!

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Dal Perù agli Stati Uniti… a Perugia alla ricerca delle mie radici!

Piacere! Mi chiamo Luciana e vi racconto un po’ la mia storia.. Sono nata e cresciuta in Perù, ma ho sempre sentito dentro di me la curiosità e la voglia…

Piacere! Mi chiamo Luciana e vi racconto un po’ la mia storia..

Sono nata e cresciuta in Perù, ma ho sempre sentito dentro di me la curiosità e la voglia di scoprire nuove culture e viaggiare.

Questo mi ha portato a trasferirmi negli Stati Uniti d’America dove ho vissuto per ben 12 anni, acquisendone la cittadinanza.
Tuttavia, non ho mai sentito come mia la cultura americana, troppo lontana da quella del mio Paese d’origine, così nel 2019 ho deciso di trasferirmi in Italia.

L’Italia è un Paese che è stato sempre presente nella mia infanzia. Il mio bisnonno era originario di Genova, quindi, crescendo ho sempre sentito storie sulla cultura e la vita in Italia, senza mai però avvicinarmi tanto da poterla vivere.
Ho deciso così di imparare l’italiano, e ho iniziato da autodidatta su Dualingo (tanta forza di volontà!) e una volta arrivata in Italia, ho continuato a sforzarmi di parlare la lingua fino a raggiungere un buon livello d’interazione.
Nel 2019, senza immaginare che una pandemia aspettava dietro l’angolo per sconvolgere la mia vita, mi sono trasferita a Perugia, dove ho iniziato a lavorare come ricercatrice ad un progetto dell’Università degli Studi di Perugia.

Ho una formazione umanistica, con una passione per la psicologia, e proprio all’Unipg, ho deciso di proseguire i miei studi con una magistrale in questo ambito.

Ad oggi, posso finalmente dire che sono felice e mi sento a casa. Mi reputo fortunata; già dal mio arrivo mi son sentita partecipe e inclusa nella cultura italiana. Ciò mi ha dato la consapevolezza che avevo finalmente trovato il mio posto.
A volte ho nostalgia della mia vita precedente, soprattutto gli amici, il lavoro, l’università.. ma se penso al futuro son sicura che è qui dove voglio rimanere!

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Un piccolo pezzo di Romania sempre con te

Vengo dalla Romania e sono qui in Italia da circa diciott’anni, quando avevo dieci. Il mio arrivo è stato un po’ particolare perché praticamente ho saltato un anno di scuola…

Vengo dalla Romania e sono qui in Italia da circa diciott’anni, quando avevo dieci. Il mio arrivo è stato un po’ particolare perché praticamente ho saltato un anno di scuola elementare: ho iniziato la scuola più tardi e quindi ero più grandicella. Mi hanno spostato un anno in avanti e praticamente ho saltato alla terza elementare. è stata un’esperienza un po’ così…soprattutto quando ho scoperto che il sabato si andava a scuola, che per me era un sacrilegio!

Attualmente vivo a Perugia, dopo aver vissuto in un paesino in provincia di Terni e poi in piccoli comuni. Il mio obiettivo però è di continuare a rimanere a Perugia, perché mi trovo bene. Qui ho fatto anche le superiori e gli studi di laurea in servizio sociale, e ho ottenuto l’abilitazione come assistente sociale.

Com’è stato cambiare dalla Romania, cos’è che ti ha colpito di più?

Diciamo che sono stata abbastanza fortunata, dato che sono venuta quando ero ancora piccola. Comunque sia cambiare paese, con un’altra lingua e u n altro contesto, è sempre e comunque sempre un cambiamento importante: io sono arrivata che non sapevo nemmeno parlare. Sono arrivata ad agosto e poi a settembre è iniziata la scuola. Sapevo dire poche parole, quando alle elementari una mia compagna mi chiese “dove abiti?” io non riuscivo a comprendere la domanda, perché non riuscivo a capire cosa volevo volesse dire la parola “abiti”. Questa è una cosa che mi ricorderò sempre. Fortunatamente poi da piccoli a scuola si impara in fretta.

Poi diciamo che questo spostamento per me è diventato la normalità: una volta venuta in Italia non ho più vissuto con i miei genitori ma con mio fratello, e quindi ci trasferivamo a seconda del suo lavoro: Terni, Tavernelle, la zona del Trasimeno … e alla fine a Perugia

Cosa ti ricordi, se ti ricordi qualcosa, della Romania?

Mi ricordo tante cose. La cucina in particolare, ero abituata a sapori forti. Ogni tanto ne sento la mancanza, anche se tutto adesso è di molto più facile reperibilità nei negozi.

Un’altra cosa che mi piaceva era la magia di alcuni luoghi: lì ci sono proprio dei paesaggi naturali molto belli. E poi nel tempo mi sono resa conto che avevo anche un po’ di nostalgia di alcune tradizioni, che da adolescente avevo messo da parte ma che sta riscoprendo adesso da grande, dopo essermi sposata con mio marito, anche lui della Romania. Quindi insieme abbiamo scoperto delle cose che inevitabilmente ci appartengono: modi di essere, modi di fare, cose che sono comunque intrinseche, che sono dentro di noi

Insomma vi siete portati dentro un po’ di Romania.

Diciamo di sì! Anche se poi era una cosa un po’ strana, a casa parliamo solo italiano perché anche lui ha vissuto sempre qui da quando era piccolo, siamo praticamente seconde generazioni. Eppure mi ha sempre un po’ colpito che ci siano alcune cose che rimangono, come vivere le feste, il Natale, o la Pasqua. Per dire, anche quando ci siamo sposati abbiamo fatto un matrimonio come si farebbe qui, però riprendendo cose tipiche della Romani. Sono quelle cose, magari anche piccole, che però, inevitabilmente, rimangono.

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