Due ragazzi innamorati come noi, due africani in questa Europa

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile.  Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano,…

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile. 

Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano, un amore alimentato da parole sincere, desideri soffocati da impegni quotidiani.

Noi due, africani, tu della Nigeria ed io dell’Angola, ma che grazie a questa bella Italia ci siamo innamorati.

Sei così totalmente africano, forse è il tuo essere nigeriano che ti distingue dal mio essere non pienamente angolana.

Parlo! Quasi arrivo ad urlare, urla d’amore… voglio viverti, adesso voglio esserci, adesso sono pronta per quel domani e quest’oggi che rappresenta il futuro che vorrei assieme a te.

So che per te stare insieme in un paese straniero non è la stessa cosa, ma ti devi integrare. La vita non è una favola, ma l’amore delle volte ci cambia e salva. Avremmo tanto da affrontare e tu che sei così benedettamene testardo, questo complica la nostra realtà.

Tesoro mio con te voglio quella realtà tanto desiderata, avere la nostra casa e i bambini tanto sperati, costruire la tua africa in questa nostra realtà europea.  Ma se tu continui ad essere chiuso alle cose da questa parte e vivere come se fossi ancora in Nigeria, tutto si complica anche per me. Il tuo amore non reggerà tutto, non reggerà le difficoltà esistenti in quest’oggi; la mancanza di soldi per poter pagare l’affitto, è la nostra realtà, hai un lavoro precario amore mio, ed il mio titolo pare che non serve a niente, almeno oggi. Tu mi prometti mondi, ma se non ti integri che senso hanno le tue promesse.  Guarda la vita a 360 gradi, io non sono una roccia ma so che essendo africana, sono forte, noi africani abbiamo i nostri modi di vedere il mondo e di vivere la realtà. Abbiamo mantenuto le tradizioni e ce la portiamo ovunque andiamo. non chiuderti le barriere, non chiuderci un destino che potrebbe rivelarsi quello giusto per te e me.

Qui in Italia ci sono leggi severe, leggi italiane che vengono rispettate, a differenza nostra dove la maggior parte delle persone non le rispetta.

Esistono diritti e doveri, diritti che ci spetta anche a noi in quanto esseri umani, e doveri che dobbiamo rispettare in quanto cittadini facente parte di una bellissima comunità: l’Umbria.

Perciò smettila di lamentarti, smetti di paragonare la tua tanto amata terra nigeriana alla realtà italiana in particolare.

Oggi sentiamo parlare di molte cose spiacevoli che accadono in Nigeria e non solo lì, ma ora vuoi dirmi che lì staresti meglio?

Le persecuzioni religiose che là esistono, tu non le hai mai provate sulla pelle? Di queste varie ragazze che vengono mercificate con destino una vita di prostituzione, non ne hai mai sentito parlare? Qui c’è la speranza, è la terra della speranza. Una speranza che là non troviamo.

Qui caro, grazie al cielo ti puoi creare un futuro, difficile il cammino ma non impossibile, futuro nostalgico perché è in africa dove vogliamo vivere alle condizioni di una realtà europea, senza guerre, senza conflitti come quelli esistenti nella maggior parte dell’Africa, e dare un futuro ai nostri figli e non costringerli ad essere bambini soldati. Hai nostalgia di casa, conosco la sensibilità del tuo essere, conosco tutto ciò perché ti guardo con gli occhi di una ragazza innamorata, una ragazza che ama, ama anche i particolari.

Vorresti andare via da Perugia, questa città che mi ha dato tanto e insegnato. Abbi pazienza, tutto nella vita viene piano piano e nel tempo giusto, ti devi assaporare anche la sofferenza per amare il valore della vittoria, il saper di aver superato qualcosa e raggiunto un obiettivo a te molto caro, aver realizzato sogni come qualunque altro italiano. Lo so, non è facile stare qui, e non poter più ritornare a vedere la tua famiglia, lì nella terra che tanto ami per le persone che hai lasciato, ma che odi per via delle decisioni che ti hanno costretto a prendere.

Viviamo l’oggi, perché del domani non sappiamo dove saremmo e se ci saremmo. Abbi più coraggio di me, io che con le parole ti so scuotere, ti so sgrullare, eh si, tu sei per me importante, sappi che io do molta importanza alla parola importante.

Amore, dolce caro amore, quanto è bello essere i numeri 1, io e te che ci completiamo, io e te che ci apparteniamo. Ma non voglio più fantasticare, la realtà è troppo dura, e questa nostra realtà da immigrati lo è ancor di più, ma per amore io voglio che ci reinventiamo, ci ricostruiamo e finalmente viviamo la vita. Ma non dimenticando di quello che siamo, e quello che possiamo diventare, insieme.

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Mamma single e straniera, vi racconto la mia vita complicata ma felice

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single…

Una donna soddisfatta vive nel presente ciò che ha sognato una volta

Sono Patricia Odia, dalla Repubblica Democratica del Congo. Vivo in Italia da 8 anni, sono una madre single di un angelo, come indica il suo nome. Ha 6 anni e fa l’ultimo anno della scuola materna. Sono anche una studentessa al terzo anno di Comunicazione internazionale all’Università per stranieri di Perugia. Sono molto sensibile a tutti gli argomenti relativi agli immigrati e alla loro integrazione in diversi paesi ospitanti. Sono orgogliosa e molto ambiziosa. Molte persone intorno a me mi chiamano femminista, ma io non la penso così, sono solo una ragazza indipendente e contraria agli atteggiamenti maschilisti degli uomini perché credo nelle capacità delle donne. E delle donne africane in particolare.

Patricia è soprattutto una madre, mio figlio è la mia vita e la mia fonte di motivazione

Sono ancora  giovane, avrò solo 27 anni a settembre. Alcune circostanze che ho conosciuto e affrontato mi hanno portato ad una situazione che condividerò con voi.

Quello che vorrei dirvi oggi è che mi sento soddisfatta. Non totalmente felice, ma abbastanza appagata nel prendermi cura di me stessa e di mio figlio. Eppure, ogni giorno è difficile. Ho così tanti fardelli sulle mie spalle che a volte vorrei lasciarmi andare e andar via. Ma posso? No, ho delle responsabilità e le affronto a testa alta.

Durante i primi giorni della gravidanza, non avevo smesso di frequentare l’università dove stavo seguendo i miei corsi di lingua italiana. È stato un momento così difficile. Alle fragilità della gravidanza che mi sentivo addosso, si aggiungevano i problemi familiari: i miei mi hanno lasciata da sola perché li avevo disonorati; le difficoltà finanziarie: era mio padre a prendersi cura di me, ma dopo avere saputo della gravidanza, era insopportabile.

A volte mi sono ritrovata da sola a piangere, non sapendo cosa fare e su chi potevo appoggiarmi per dimenticare tutto questo, non avendo nessun al mio fianco, nemmeno i miei genitori. Grazie a Dio ho trovato una zia comprensiva e molto dolce, che mi ha aperto la porta della sua casa, non mi ha causato grossi problemi, al contrario, ho trovato il conforto in lei, ha saputo sostituire la mia mamma, mi è sempre stata vicina nei momenti difficili. Lei e la sua famiglia mi hanno portato restituito la serenità.

È vero che non sembro una giovane donna di 27 anni, ma non sono così vecchia.  Alla mia età, molti hanno genitori su cui possono contare e provvedere a loro. E magari trovano un modo per lamentarsi e dire che non è abbastanza. Certo, la mia faccia non può essere piena di candore, dopo quello che ho vissuto e la maternità che lascia le tracce. Se dico qualcosa sulla mia esistenza, non è a causa dell’angoscia, è solo perché non c’è nulla da temere, il peggio è dietro di me. Sono molto sincera, presumo, gli eccessi del mio passato non mi spingono verso idee suicide, al contrario, traggo una forza che mi permette di battere e combattere un percorso che mi porterà ad un futuro migliore.

Non dire mai cose brutte a te stesso, ci sono già abbastanza persone che lo fanno.

La mia vita non è infelice. Nonostante le responsabilità, il lavoro, gli studi, le preoccupazioni. Non mi definisco infelice. Ho trovato la mia strada. E forse disseminata di insidie, ma le affronto in una lunga scalata passo dopo passo. Corro verso la felicità e grazie a Dio non sono ancora caduta in un precipizio.

Se ho saputo superare questa prova e mantenere il mio buon umore che voglio condividere con voi, è solo perché non dobbiamo lasciare che nulla ci tolga la gioia di vivere. Ogni giorno è difficile e a volte non so come arrivare alla fine del mese, ma Dio provvede sempre a modo suo. Dobbiamo solo dire “è una situazione temporanea, domani sarà migliore”.

E tutto questo non è possibile senza fare pace con se stessi e gli altri, essere in grado di perdonare se stessi per aver commesso alcuni errori, essere intrappolati qualche volta e soprattutto essere stati ingenui. Il perdono è un potere che libera.  Sono una madre, orgogliosa e soddisfatta. E nessuno potrà mai strapparmi la mia gioia di vivere.

 

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Dall’inferno della Libia ai barconi verso l’Italia: volete davvero sapere di questo viaggio?

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio. 10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina…

Sono Mamadou, vengo dal Gambia e ho 24 anni. Il mio viaggio è iniziato a maggio.

10 maggio 2013. Ho lasciato il mio Paese alla volta di Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger, Algeria, Libia e Italia.

Ogni paese che ho attraversato ha costituito una differente esperienza di vita ma il luogo peggiore dove sono stato è in Libia.

15 agosto 2013, Agadez, (Niger). Lascio il Niger. Eravamo 24 persone caricate in un pick-up (Toyota) dove stavamo strettissimi. Ai trafficanti non importa se cadi dalla macchina, non si fermerebbero mai, si comportano come se nulla fosse accaduto. Abbiamo passato 8 giorni nel deserto, senza acqua né cibo, con il sole che picchiava fortissimo.

Dopo 5 giorni nel deserto, ricordo che il trafficante ci disse che andava a cercare l’acqua. Dopo molte ore, non era ancora tornato. Abbiamo aspettato tanto tempo. Ad un certo punto, alcuni di noi hanno iniziato a perdere le speranze. Alcuni dicevano che non sarebbe mai tornato, altri che dovevamo andare noi da lui. Dopo aver realizzato che non sarebbe mai tornato indietro, abbiamo iniziato a camminare in piccoli gruppi, senza una direzione. Dopo pochi passi, abbiamo iniziato a vedere corpi morti nel deserto.

In quel momento ho realizzato che dove ci aveva lasciato il trafficante era un punto di abbandono, di non ritorno.

In una situazione del genere, anche se vuoi aiutare qualcuno non puoi. Devi pensare solo a te stesso. Eravamo partiti con un gruppo di 8 persone… ed eravamo rimasti in 4.  Dopo giorni di cammino in mezzo al nulla, non si sentiva più nessuno proferire parola, nessuno faceva più domande. Il sole picchiava e continuavamo a vagare senza direzione.

Fortunatamente, durante il tragitto abbiamo incontrato qualcuno. Erano soldati libici che controllavano la zona. Siamo stati salvati e portati in un piccolo centro urbano, lontano da Tripoli, la capitale.

Dopo un mese nella cittadina dove eravamo costretti a lavorare, io e un amico siamo riusciti a raggiungere Tripoli, dove sono rimasto per circa un anno e sette mesi. Durante la mia permanenza, andavo a ‘Chat palace’ un posto che può essere paragonato ad una “sala di attesa” dove si spera di essere assegnati a lavori di fortuna. Pulizie, piccoli lavoretti da elettricisti etc.. molte volte non venivamo neanche retribuiti. Dopo questa esperienza, io ed altre 120 persone abbiamo provato a raggiungere le coste libiche per scappare e venire in Italia. La Libia non era più sicura ed io non potevo tornare indietro. Iniziava la seconda guerra civile libica.

Prima di arrivare alla costa però, siamo stati presi dalla polizia libica e portati in carcere, luogo nel quale sono rimasto per circa tre mesi.

Un giorno ci hanno prelevato dal carcere per rimpatriarci a Sabha, città a sud del paese (la città del ‘rimpatrio’). A Sabha puoi incontrare gli asma boys, ragazzini armati che si divertono a sparare. È uno dei posti più pericolosi della Libia. La polizia libica scortava i tre autobus dove eravamo stati stipati.

Appena la polizia ha girato l’angolo e non ha ci ha seguito più, sono riuscito a scappare lanciandomi dal finestrino. Non sapevo dove fossi, in quale direzione andare. Ad un certo punto ho visto un ragazzo africano e gli ho chiesto di farmi fare una chiamata dal suo cellulare. Ho chiamato un amico a Tripoli e lui ed un suo amico libico sono venuti a prendermi. Sono tornato a vivere a Tripoli dove sono rimasto ancora un mese.

Il Paese però era ancora in preda alla guerra civile, la situazione era peggiorata. Non potevo più stare lì. Così sono andato a vivere a Zuwarah, da dove mi sono imbarcato per l’Italia.

 

Mamadou Baldeh

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Lettera nera: tra sogno e realtà

Cara madre, ti scrivo con un po’ di pena dopo tanti anni. Non sai quanto mi manchi, non sai quanto vorrei abbracciarti e dirti dal vivo che ti voglio tanto…

Cara madre,

ti scrivo con un po’ di pena dopo tanti anni. Non sai quanto mi manchi, non sai quanto vorrei abbracciarti e dirti dal vivo che ti voglio tanto bene. Purtroppo, adesso, è un lusso che non mi posso permettere perché non ho ancora realizzato i miei sogni.  Se persevero, tu sarai la mia locomotiva. Visto che non ci sentiamo da anni, vorrei raccontarti un po’ la mia vita qui, le mie esperienze, insomma, il mio quotidiano.

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