Categoria: Rubriche

Non giudicarmi, sono come te!

“Ti sei mai visto? Non sei italiano, anche se sei nato qui”. “Non piacerai mai a nessuno, per il colore della tua pelle!”Potrei fare una serie di elenchi per descrivere…


“Ti sei mai visto? Non sei italiano, anche se sei nato qui”. “Non piacerai mai a nessuno, per il colore della tua pelle!”
Potrei fare una serie di elenchi per descrivere il modo in cui molte persone offendono il prossimo. Il razzismo, che grande guerra è.


Io sono angolana, africana e nera. Fiera delle mie origini. Ma spesso porto addosso il peso di essere nata là, in quella patria e nazione (che meraviglia la mia Angola!), dove esiste il miscuglio di “razze” – se così posso dire-, anche se il termine non mi piace, io che ho la famiglia mista, fatta di bianchi portoghesi, mulatti angolani e neri angolani.


Non giudicarmi anche se credi che guardando la tv hai capito tutto di me, ci sono confini e luoghi invalicabili nell’essere persone, ci sono un mare immenso di dolore nei muri inflitti da sorrisi, ci sono troppi segreti forse in questa persona che sono.
Segreti che preferisco nessuno conosca. La sofferenza di una terra a cui appartengo e che non mi riconosce come cittadina, segreti in una famiglia in cui sono nata; solo perché i miei genitori non sono della stessa città, è Maka= è problema… essere il miscuglio tra nord e sud, nella mia famiglia, soprattutto quella paterna, diventa questione di astio. Vogliamo parlare di razzismo quando siamo in terre estranee, ma di quello che succede già da
lì, da dove partiamo non è razzismo? Non odiarmi fratello, sono come te. In questo colore esistono le vene, e scorre lo stesso sangue. Perciò amati amandomi.
Cosa c’è di sbagliato nel voler essere il mondo? Siamo nati liberi, perché per il colore della mia pelle devo sentirmi più limitata?

Meno libera nel poter realizzare i miei sogni come nel poter vivere il mio giorno per giorno. Voglio un mondo senza pregiudizi, senza limitazioni, senza chiusura, senza nessun tipo di barriera e offese gratuite. Perché siamo una sola razza: la razza umana. Il razzismo non è definito tale solo perché viene fatto da un popolo bianco verso le persone di un altro colore di pelle, in questo caso pelle nera, ma è razzismo già il modo in cui chiamiamo l’altro; ad esempio, invece di chiamarmi per nome, mi identifichi come quella razza di colore.

Anche questo è razzismo. È così che il razzismo non ha confini e si estende anche tra persone dello stesso colore di pelle, tra neri e neri e tra bianchi e bianchi. Dobbiamo saperci adattare alla realtà, il mondo è vasto e siamo
tutti diversi. Ma apparteniamo a un unico globo. Il mondo .

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Non ce l’ho fatta

Il giorno in cui sei arrivato nel mio cammino, non ero preparata; nessuno prepara qualcuno per una tale situazione e, nemmeno per questa negazione, così mi sono fatta trasportare dalla…

Il giorno in cui sei arrivato nel mio cammino, non ero preparata; nessuno prepara qualcuno per una tale situazione e, nemmeno per questa negazione, così mi sono fatta trasportare dalla voce dannata: Abortire.

Tu innocente creatura, venuta verso me ad un passo dal raggiungimento di un sogno: il matrimonio, poiché a 30 anni io pensavo “ sono cresciuta abbastanza, mi sono laureata, vorrei sposarmi e formare una famiglia”.

Io una donna sola, e senza un lavoro, che vive all’estero senza l’appoggio economico di nessuno, non potevo farcela: dopo la laurea, per me, il prossimo passo doveva essere sposarmi per poi averti; ho sempre avuto una logica vitale, un piano di vita tutto mio: STUDIARE, SPOSARMI E AVERE FIGLI.

Da sola, senza il supporto della mia famiglia come potevo tenerti? In questo paese dove mi sento straniera e sono estranea per gli altri, no, non è stato possibile, fosti una brutta sorpresa perché sei arrivato quando non avevo nemmeno un lavoro, in modo burrascoso, in questo scenario che è la vita.

Quando ho optato per l’aborto, sapevo che ti stavo distruggendo dentro me, ma ho giurato a me stessa che l’amore mio eri solo tu, la perdita di quel sogno tanto auspicato se n’è andato con te. Che vita potevo mai offrirti? Quindi disfarmi di te fu l’unica opzione.

Con te in grembo ho pensato: ”deludo lui. Il mio eroe, deludo i miei ed i suoi sogni”. Non potevo deluderlo, anche se mi trovavo dall’altra parte del globo, sapevo che non potevo, poiché la gente lo avrebbe ucciso con i giudizi. Non ero ufficialmente legata a tuo padre, e lui, a quanto pare il bastardo negò di volerti e rifiutò anche me.

Mi fa male, oggi più che mai. Veder un desiderio infranto proprio nel momento giusto, anche se solo per l’età. Sono stata delusa, io sempre determinata e forse fin troppo dentro le regole; io che non sgarro mai,
invece con te ho commesso un delitto. Ingiusto e doloroso fu per me negarti la vita, un futuro ed un’esistenza, ma ero fragile e legata ad un amore malato, vuoto e sterile. “capiscimi!”.

Ti ho tanto amato prima di averti nel grembo ma, anche odiato per l’incidente di percorso. Perché sei arrivato senza progetti. Fragilmente, non ti ho saputo amare. Oggi vorrei farmi perdonare e amare una vita più di te, accudire qualcuno come avrei voluto farlo con te…

Chissà se stai dormendo!

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Due ragazzi innamorati come noi, due africani in questa Europa

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile.  Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano,…

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile. 

Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano, un amore alimentato da parole sincere, desideri soffocati da impegni quotidiani.

Noi due, africani, tu della Nigeria ed io dell’Angola, ma che grazie a questa bella Italia ci siamo innamorati.

Sei così totalmente africano, forse è il tuo essere nigeriano che ti distingue dal mio essere non pienamente angolana.

Parlo! Quasi arrivo ad urlare, urla d’amore… voglio viverti, adesso voglio esserci, adesso sono pronta per quel domani e quest’oggi che rappresenta il futuro che vorrei assieme a te.

So che per te stare insieme in un paese straniero non è la stessa cosa, ma ti devi integrare. La vita non è una favola, ma l’amore delle volte ci cambia e salva. Avremmo tanto da affrontare e tu che sei così benedettamene testardo, questo complica la nostra realtà.

Tesoro mio con te voglio quella realtà tanto desiderata, avere la nostra casa e i bambini tanto sperati, costruire la tua africa in questa nostra realtà europea.  Ma se tu continui ad essere chiuso alle cose da questa parte e vivere come se fossi ancora in Nigeria, tutto si complica anche per me. Il tuo amore non reggerà tutto, non reggerà le difficoltà esistenti in quest’oggi; la mancanza di soldi per poter pagare l’affitto, è la nostra realtà, hai un lavoro precario amore mio, ed il mio titolo pare che non serve a niente, almeno oggi. Tu mi prometti mondi, ma se non ti integri che senso hanno le tue promesse.  Guarda la vita a 360 gradi, io non sono una roccia ma so che essendo africana, sono forte, noi africani abbiamo i nostri modi di vedere il mondo e di vivere la realtà. Abbiamo mantenuto le tradizioni e ce la portiamo ovunque andiamo. non chiuderti le barriere, non chiuderci un destino che potrebbe rivelarsi quello giusto per te e me.

Qui in Italia ci sono leggi severe, leggi italiane che vengono rispettate, a differenza nostra dove la maggior parte delle persone non le rispetta.

Esistono diritti e doveri, diritti che ci spetta anche a noi in quanto esseri umani, e doveri che dobbiamo rispettare in quanto cittadini facente parte di una bellissima comunità: l’Umbria.

Perciò smettila di lamentarti, smetti di paragonare la tua tanto amata terra nigeriana alla realtà italiana in particolare.

Oggi sentiamo parlare di molte cose spiacevoli che accadono in Nigeria e non solo lì, ma ora vuoi dirmi che lì staresti meglio?

Le persecuzioni religiose che là esistono, tu non le hai mai provate sulla pelle? Di queste varie ragazze che vengono mercificate con destino una vita di prostituzione, non ne hai mai sentito parlare? Qui c’è la speranza, è la terra della speranza. Una speranza che là non troviamo.

Qui caro, grazie al cielo ti puoi creare un futuro, difficile il cammino ma non impossibile, futuro nostalgico perché è in africa dove vogliamo vivere alle condizioni di una realtà europea, senza guerre, senza conflitti come quelli esistenti nella maggior parte dell’Africa, e dare un futuro ai nostri figli e non costringerli ad essere bambini soldati. Hai nostalgia di casa, conosco la sensibilità del tuo essere, conosco tutto ciò perché ti guardo con gli occhi di una ragazza innamorata, una ragazza che ama, ama anche i particolari.

Vorresti andare via da Perugia, questa città che mi ha dato tanto e insegnato. Abbi pazienza, tutto nella vita viene piano piano e nel tempo giusto, ti devi assaporare anche la sofferenza per amare il valore della vittoria, il saper di aver superato qualcosa e raggiunto un obiettivo a te molto caro, aver realizzato sogni come qualunque altro italiano. Lo so, non è facile stare qui, e non poter più ritornare a vedere la tua famiglia, lì nella terra che tanto ami per le persone che hai lasciato, ma che odi per via delle decisioni che ti hanno costretto a prendere.

Viviamo l’oggi, perché del domani non sappiamo dove saremmo e se ci saremmo. Abbi più coraggio di me, io che con le parole ti so scuotere, ti so sgrullare, eh si, tu sei per me importante, sappi che io do molta importanza alla parola importante.

Amore, dolce caro amore, quanto è bello essere i numeri 1, io e te che ci completiamo, io e te che ci apparteniamo. Ma non voglio più fantasticare, la realtà è troppo dura, e questa nostra realtà da immigrati lo è ancor di più, ma per amore io voglio che ci reinventiamo, ci ricostruiamo e finalmente viviamo la vita. Ma non dimenticando di quello che siamo, e quello che possiamo diventare, insieme.

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Perugia attraverso gli occhi dei partecipanti al progetto “Foodprint 4”

Dopo alcuni mesi di silenzio, dovuto a impegni vari, torno a raccontare come siamo visti dagli altri “popoli” e come questi ultimi ci attribuiscano inevitabilmente stereotipi. Questa volta gli italiani…

Dopo alcuni mesi di silenzio, dovuto a impegni vari, torno a raccontare come siamo visti dagli altri “popoli” e come questi ultimi ci attribuiscano inevitabilmente stereotipi. Questa volta gli italiani hanno giocato in casa! Ebbene si, durante uno Youth Exchange di dieci giorni sull’alimentazione sostenibile a Perugia sono stata a contatto con ragazzi di varie nazionalità che mi hanno permesso soprattutto di vedere la mia città attraverso i loro occhi.

Ph Associazione Kora

Vive l’Italie!

Con il team francese si è instaurata fin dai primi giorni una bellissima sintonia generata dal comune senso dell’umorismo che paragonato con il nostro, quello francese risultava talvolta meno diplomatico. Un esempio? Una ragazza italiana, quasi digiuna nella conoscenza del francese si sforzava spesso di comunicare, consapevole delle sue difficoltà si era scusata con il team dicendo che avrebbe dovuto migliorare il suo livello. Il ragazzo francese scherzando ma neanche troppo le ha risposto: “ne hai davvero bisogno!”. Ma la poca diplomazia dei nostri cugini d’oltralpe non ha nulla di personale nei nostri riguardi anzi, a dire il vero loro adorano noi e l’Italia. Sono rimasti a dir poco meravigliati dalle bellezze di Perugia, così come dalla cucina e dalla “dolce vita”. Ricordo di aver parlato con un ragazzo francese che con un pizzico di comprensibile presunzione mi ha detto: “voi italiani siete migliori di noi in tutto. Tranne per il vino!”. Io mi sono permessa di replicare che per quanto riguarda la moda e i vini, francesi e italiani si contengono il primato. La sua risposta mi ha davvero colpito. “Per quanto riguarda la moda secondo me ce la caviamo entrambi ma le ragazze italiane sono per natura più eleganti delle francesi. Una ragazza francese che indossa un abito corto e stretto appare ai miei occhi volgare mentre invece se lo stesso abito lo indossa una italiana appare incredibilmente elegante”. Interessante osservazione …

I “tedeschi” che ci piacciono

Che dire poi del team tedesco? Intendo precisare che era principalmente costituito da ragazzi egiziani e turchi residenti in Germania e quindi molto vicini a noi italiani per usi e costumi. Il loro modo di fare molto “mediterraneo” ha permesso subito di entrare in sinergia con loro. Naturalmente, pensando alla Germania prima di conoscerne i partecipanti ci aspettavamo ragazzi tutti d’un pezzo che non nutrono molta simpatia nei nostri confronti; invece questi “ nuovi tedeschi” si sono dimostrati più simpatici del previsto. Innamorati dell’Italia e dell’italiano, la maggior parte di loro mi ha confessato di non trovarsi bene a vivere in Germania e di voler vivere nel Nostro Paese, e più precisamente a Perugia, definita da loro stessi una città nel verde e a misura d’uomo. Un ragazzo turco, mentre eravamo in treno al ritorno da Passignano, mi ha chiesto di scrivere nel blocco note del telefono alcune frasi in italiano per gestire una conversazione base, chiaramente non potevano mancare le parolacce J I partecipanti del team tedesco, o meglio turco, o forse dovrei dire egiziano, erano davvero divertenti e sprezzanti del pericolo: durante il day off a Passignano sul Trasimeno hanno cominciato a bere amaro da mezzogiorno per poi intrufolarsi nelle piscine  e dando spettacolo con i loro tuffi acrobatici e la loro esuberante simpatia. Insomma, è proprio il caso di dirlo: “cose turche!”.

Ph Associazione Kora

…la mia città da un’altra prospettiva

Durante quei giorni ho girato la mia città come se fossi anche io una turista a Perugia per un erasmus e devo ammettere che la cosa mi ha fatto abbastanza effetto. Mi sono trovata a fare la valigia e a dormire dieci giorni in un ostello a meno di 5 minuti di macchina da casa mia. Quello però che più mi ha colpito è stata la strana sensazione che ho provato nel ripercorrere strade della mia città che conosco dall’infanzia insieme a ragazzi di altri paesi per la prima volta a Perugia. Attraverso i loro occhi ho visto una città diversa, ho respirato l’atmosfera e la magia di un posto sconosciuto che in realtà per me non lo era affatto. Ringrazio l’Associazione Kora che, ancora una volta, mi ha dato l’opportunità di vivere un’esperienza unica e di conoscere tante belle persone.

“Il vero viaggio do scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. ( Marcel Proust)

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Sport e tecnologia: i sogni di successo di Kevin

In un mondo sempre più multiculturale, facciamo quattro chiacchiere con Kevin, un ragazzo come tanti suoi coetanei, con diversi interessi e sogni nel cassetto. Un “nuovo umbro” di Terni, ma il…

In un mondo sempre più multiculturale, facciamo quattro chiacchiere con Kevin, un ragazzo come tanti suoi coetanei, con diversi interessi e sogni nel cassetto. Un “nuovo umbro” di Terni, ma il cui spazio è il mondo!

Ciao Kevin, presentati in due parole.

“Ciao, il mio nome è Kevin, ho 17 anni. Sono nato in Italia ma ho origini albanesi. Frequento l’istituto tecnico commerciale di Terni Federico Cesi e ultimamente ho vissuto una bellissima esperienza di Erasmus+ in Spagna.”

So che sei appassionato di sport, vero?

“Sì, esatto. In generale amo tutti gli sport ma soprattutto adoro il calcio e il basket. Gioco a calcio nella squadra juniores del Massa Martana come centrocampista centrale; siamo un gruppo molto affiatato, ed infatti stiamo lottando per i primi posti della classifica. Oltre a questo i pomeriggi liberi mi piace passarli giocando a basket con i miei amici; seguo molto il campionato americano NBA e tifo i Golden State Warriors.”

Quali altri interessi hai?

“Posso dire che mi interesso molto di tutto ciò che riguarda i sistemi informatici. Mi piace divertirmi con il mio computer utilizzando software e sistemi operativi di vario genere.”

Tecnicamente tu potresti essere definito un italiano di seconda generazione. Che cosa significa per te essere una “seconda generazione”?

“Sì, credo che sia il termine che più mi si addice. Per me essere una seconda generazione vuol dire essere un mix di due culture e tradizioni diverse che diventano un tutt’uno, ed è una condizione che secondo me col tempo diverrà sempre più comune.”

Ti senti più italiano, albanese o entrambi allo stesso modo?

“Direi entrambi allo stesso modo. Non riesco a definirmi un italiano puro, viste le mie origini, ma allo stesso tempo non sono interamente albanese dato che sono cresciuto in un’altra nazione, che ha principi e tradizioni molto diverse.”

Questa situazione ti ha mai dato problemi nei confronti di altre persone?

“Per ora no, sia a scuola che nella mia squadra non ho mai avuto problemi per questa condizione. Forse perché solitamente sono circondato da persone mentalmente aperte e con un pensiero giovane, e anche perché quelli che non mi conoscono credono tutti che io sia italiano, anche a causa del mio cognome (Doga, ndr).”

Nella tua comunità (scuola, amici, compagni di squadra, ecc.) ci sono tanti stranieri e seconde generazioni?

“Dove vivo ci sono molte seconde generazioni, almeno da parte di uno dei due genitori, sia a scuola che nella mia squadra e tra i miei amici sono molti coloro che provengono da altri Paesi.”

Come definiresti Terni, la città in cui vivi, dal punto di vista dell’integrazione e dell’inclusione?

“A Terni, come in tutte le altre città, sono presenti persone con modi di pensare diversi ma nonostante ciò dal punto di vista dell’inclusione e dell’integrazione non credo ci sia moltissimi problemi, anche se ultimamente si sono formati molti gruppetti di persone e amici stretti che escludono chiunque non faccia parte di loro.”

Secondo te cosa possono dare le seconde generazioni alle comunità di città e paesi di un territorio come l’Umbria?

“Credo che, nonostante le origini, queste persone possano portare avanti le tradizioni del bellissimo territorio umbro. Ma dall’altra parte possono introdurre quel tocco di diversità sia nelle città più grandi che nei piccoli paesi con tutto ciò che hanno appresso dai genitori e dai parenti.”

Quali sono i tuoi sogni e progetti per il futuro?

“Il mio sogno è quello di trovare un lavoro che sia correlato al mondo dello sport, magari proprio nella NBA. I miei progetti invece sono quelli di riuscire a frequentare l’università in una delle città più importanti a livello accademico, come Bologna o Torino, e se mi trovo bene trasferirmi là per avere più possibilità di trovare un lavoro bello e gratificante.”

Chiudiamo con una gioco, la “10 years challenge” al contrario: dove ti vedi tra 10 anni?

“Tra dieci anni immagino di lavorare in un’azienda che si occupa di sicurezza informatica a Torino, e magari nel frattempo di giocare in una squadra semi professionistica di calcio della città per tenermi in forma.”

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Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo

Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo Continuano le avventure di italiani all’estero alle prese con i vari cliché e stereotipi che inevitabilmente vengono attribuiti. In questo articolo, racconterò…

Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo

Continuano le avventure di italiani all’estero alle prese con i vari cliché e stereotipi che inevitabilmente vengono attribuiti. In questo articolo, racconterò come ci vedono croati, polacchi, spagnoli e turchi conosciuti durante un recente Youth Exchange ad Ourense, una cittadina nel cuore della Galizia. Il mio Youth Exchange, data la posizione strategica della Galizia è terminato con un breve ma intenso soggiorno in Portogallo e di conseguenza non posso fare a meno di raccontarvi anche come ci vedono i portoghesi.

Italians, we love your cuisine! Cit. Croatian Team

Ebbene sì, cari amici lettori, il team croato specialmente durante i pasti commentava le pietanze offerteci dall’ostello ospitante usando come metro di valutazione la cucina italiana. Il momento dei pasti era completamente dedicato a profonde ed intellettuali riflessioni su ciò che stavamo mangiando, molto spesso pasta o pizza, che noi italiani facevamo fatica a definirli tali. Ma questo è normale, un italiano sarà sempre molto severo nel dover giudicare un piatto di pasta cucinato da spagnoli! La cosa che mi ha lasciata di stucco è che anche i croati si sono indignati di fronte ad una lasagna al tonno propinataci in Spagna. “ This is not an Italian lasagna!”. Non avendo mai conosciuto prima d’ora nessuno di croato non mi aspettavo che questo popolo per me sconosciuto fino a qualche settimana fa, fosse così esigente in termini di pasta e pizza italiana. Croati buongustai!

Vino e non vodka. “Sorry, we are not so strong!”

Credo che questo sia stato per me uno degli episodi più curiosi e interessanti che mostrano quanto italiani e polacchi siano culturalmente lontani, ed aggiungo per fortuna. Non sapendo molto su questo Paese sono partita con la curiosità di conoscere qualcosa di più a riguardo e quello che più mi ha colpito è che bevono vodka come se fosse acqua. La prima sera ad Ourense, il team italiano insieme a quello polacco è uscito a farsi un giro per la città, improvvisamente ecco sbucare una bottiglia di vodka insistentemente offerta agli italiani. I maschietti, più coraggiosi, sono riusciti a berne un bicchierino tutto d’un sorso, le femminucce invece hanno ringraziato spiegando che per loro la vodka è troppo forte considerando che sono abituate a bere principalmente vino bianco e prosecco. Quest’affermazione ha scaturito una risata collettiva del team polacco che considera il vino bianco come il latte per i neonati. “Sorry, we are not strong as Polish people!”

Camerata italo-spagnola, sarà un caso?

Inutile prenderci in giro, con il team spagnolo c’è stata sintonia fin dal primo istante. Chiaramente la vicinanza geografica e quella linguistica hanno fatto sì che tra tutti i paesi presenti allo Youth Exchange, quello più simile al nostro fosse la Spagna. Appena arrivata all’ostello mi sono sistemata in una camera mista composta solo da italiani e spagnoli e così ho avuto modo di scoprire che abbiamo le stesse identiche abitudini. Prima fra tutte, la pigrizia nell’alzarsi dal letto. La mattina gli ultimi ad alzarsi erano il team spagnolo e quello italiano, come gli ultimi ad andare a dormire. Dopo pranzo, il team italiano in quella settimana ha preso l’abitudine di fare mezz’oretta di siesta, dicesi in italiano pennichella, sulla scia degli spagnoli che non ci rinunciavano mai. Era frequente in quei giorni sentire spagnoli parlare in italiano (ciao ragazzi/e!) e italiani parlare in spagnolo (hola chicos/as!), il tutto sempre con un tono di voce tutt’altro che moderato. Los italianos son como nosotros!

Amici di Berlusconi…

Cosa dire del team turco? Sicuramente il gruppo più sui generis dello Youth Exchange. Anche loro affascinati dal nostro Paese e dalla nostra cucina ma soprattutto da Berlusconi. Durante tutto il soggiorno ad Ourense è capitato spesso che i turchi abbiano ricordato che il Presidente Erdoğan sia molto amico di Berlusconi, sono seguite poi domande sulla situazione politica attuale del nostro Paese. Da questo punto di vista posso dire che il team turco sia stato quello più interessato a conoscere quello italiano, sarà forse per Berlusconi???

Portoghesi, una rivelazione …

Perché dico rivelazione? Perché non ero mai stata in Portogallo fino a qualche settimana fa e non avevo nessuna aspettativa sul comportamento dei portoghesi nei confronti di un italiano, forse perché non ne conosco. Basta una parola per descriverli: adorabili! Non sappiamo se è nella loro natura essere così, ma con noi italiane che abbiamo proseguito l’avventura in Portogallo,sono stati di una gentilezza estrema. Ovunque andavamo ci chiedevano da dove venissimo e appena rispondevamo “Italy” cominciavano a parlare in italiano o almeno ci provavano. Nonostante la barriera linguistica rappresentata dal fatto che noi italiane a parte “obrigado” non sapessimo nient’altro in portoghese e loro non parlassero un granché di inglese, siamo sempre state aiutate quando abbiamo avuto bisogno d’aiuto. Obrigado!

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Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Settimana 3 e 4. Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso. No,…

Settimana 3 e 4.

Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso.

No, in realtà non avevo tempo di farne due quindi ho compresso due settimane di vicende in questo unico articolo (che poi non è che abbia sempre così tanto da raccontare, eh!).

Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Il castello che potete vedere nella foto di copertina di questo articolo (ringrazio per lo scatto la mia collega moonlight_bae) è il castello di Trakai, cittadina lituana nota tra i paesi del mar Baltico per questa sua fortezza in riva al lago. Lago che, in questo periodo dell’anno, è completamente ghiacciato. Ghiacciato come gran parte degli altri laghi del Paese: ora so che possa non sembrare così esaltante, ma in Italia i laghi non sono così tanti e non si congelano e per me trovarmi a vivere in un luogo così diverso da quello in cui sono nata e cresciuta è una vera fortuna.

Come dico nel titolo dell’articolo le ultime due settimane le ho dedicate alla scoperta dei paesaggi tipici della Lituania: da una riserva naturale nel Sud del Paese (o meglio da una riserva naturale che era il Sud del Paese) fino a un asilo in cui noi erasmus siamo stati invitati per una festività in cui i bambini scacciano l’inverno, danno il benvenuto alla primavera e mangiano i pancakes (e quassù hanno tutte le sante ragioni per festeggiare la fine dell’inverno) ricevuti dopo una sorta di dolcetto o scherzetto per le case del loro quartiere.

Insomma, in queste due settimane ho avuto sia modo di ammirare i panorami selvaggi della Lituania sia di avvicinarmi un po’ alle loro festività più antiche.

Surviving the climate

Mi sto abituando, che significa che quando mi sveglio non sposto immediatamente gli occhi verso la finestra per vedere se c’è il sole oppure no. Tuttavia ricordo ancora alla perfezione l’ultima, la penultima e approssimativamente la terzultima volta in cui sono riuscita a vedere il sole.

Surviving the language

Nemmeno i lunghissimi nomi pieni di K, di as e di una serie di lettere che non abbiamo nell’alfabeto mi impressionano più ormai, anzi sto addirittura riuscendo a memorizzare le prime parole. Chissà che per la fine del mio Erasmus non riesca ad intavolare un completo “Ciao, come stai?” “Bene, grazie. E tu?” “Anche io bene.”.

Surviving the kitchen

Surviving their kitchen

La cucina lituana continua a non essere niente male, tuttavia dopo tre giorni in cui ho mangiato sempre fuori ho iniziato ad avvertire le differenze tra la loro burrosa e decisa alimentazione e il nostro modo di mangiare, in cui le portate sono più leggere probabilmente per far spazio ad altro cibo.

Menzione speciale alle fette di pane e grasso di maiale che hanno servito dopo i pancakes a noi e ai bambini all’asilo in cui siamo stati: purtroppo non ho avuto modo di accertare che ai bambini lituani venga servito grasso di maiale di frequente, ma il solo fatto che le maestre concepiscano l’idea di servirglielo prima di pranzo mi fa domandare quale sia il tipo di metallo con cui rivestono i loro intestini al momento della nascita.

Surviving my kitchen

Cucinare tutti i giorni sta iniziando a non essere una novità, ma ci sono stati comunque momenti in cui avrei desiderato che qualcuno cucinasse al mio posto, magari qualcuno che mi vedesse cucinare male e dicesse “Lascia perdere, faccio io che so cucinare meglio”. Solo che per gli standard locali, dove i locali sono gli studenti ovunque-meno-che-lituani che vivono nel mio collegio, che non di rado si nutrono di zuppette istantanee, non sono poi una cuoca così pessima.

Ergo nessuno cucinerà mai per me, la tragedia più grande di tutto il mio Erasmus!

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Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Settimana 2 Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano,…

Settimana 2

Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano, con aggiunta di spot in cui definiscono Vilnius il punto G dell’Europa (perché nessuno sa dove sia esattamente ma quando lo trovi è fantastico).

Questa rubrica nasce perché l’Erasmus è una bellissima esperienza, specialmente se fatta in un posto di cui nessuno sa nulla e chi ne sa qualcosa parla di freddo e buio che fanno patire gli sprovveduti che vi si recano.

È per smentire (o confermare?) queste voci che ogni mio articolo di questa rubrica si divide in tre sezioni: Surviving the Language, Survivng the Climate e Surviving the Kitchen più una sezione inedita ogni settimana in base a quel che più mi ha colpito.

Enjoy!

Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Tralasciando la fatica immane che ho fatto per scriverlo la VDU, l’università che frequento in Lituania, è spettacolare.

Dall’imponente ingresso alle aule modernissime (con tanto di aula studio con pareti in vetro) tutto sembra super organizzato.

Portinai e addetti agli uffici sono giovani e professionali (a differenza dei segretari che affollano i nostri uffici universitari e che non posso insultare a dovere in questa sede) e i programmi delle mie lezioni, regolarmente caricati sul sito, promettono meraviglie, tra cui insegnamenti su come fare  reportage partendo da come si impugna la telecamera all’intervista a persone fisiche per la strada.

Tuttavia non voglio cantare vittoria troppo presto e illudermi che ciò che dice il sito e che i professori promettono corrisponda completamente reale: credo che andando avanti con gli articoli scopriremo assieme se la VDU è perfetta come sembra o se sto solo venendo sedotta e illusa.

Ultima menzione speciale, oltre che probabilmente unica ragione per cui avete continuato a leggere fin qui, va al professore di Creative Writing, presentatosi a lezione con orecchini e cravatta viola degli Avengers. Non riesco a smettere di chiedermi che fama potrebbe avere tra studenti e colleghi questo professore se vivesse in Italia.

Surviving the Kitchen

Come avevo pronosticato la scorsa settimana questa rubrica ha bisogno anche di una voce Surviving my Kitchen: essendomi cucinata quasi sempre da sola, infatti, questa settimana della cucina lituana ho capito solo che non disdegnano l’uso della carne nei piatti e che hanno salumi decisamente più forti dei nostri.

Del mio modo di cucinare, invece, ho capito che se metto semi di girasole in ogni piatto posso sfamarmi prima e cucinare meno portate (e mi rendo quasi conto di quanto ciò sia triste mentre ne scrivo).

Surviving the Language

Come per la sezione Surviving the Kitchen ci vorrebbe una doppia ripartizione: una per la lingua inglese e una per quella lituana.

Questo perché nelle mie conversazioni in inglese risalta subito un marcato accento italiano, cagione di curiosità e ilarità da parte di chi ascolta e commenti che si sprecano, tra chi chiede il significato di alcune parole e gesti italiani fino a chi dice che, emotivamente, l’ascoltare italiani che parlano inglese è un po’ come guardare i video dei gattini; stessa sensazione a metà tra l’intenerito e il divertito (ed essendo contraria ai video dei gattini mi sono un po’ offesa).

Sul versante dell’idioma lituano, invece, sono finalmente riuscita a memorizzare il nome della strada in cui abito e quello della mia università. Ah, e ho scoperto che Kepyklele non è il nome del mio locale preferito né una catena con una decina di sedi solamente in centro: vuol dire semplicemente panetteria.

Surviving the Climate

Delle tre è stata la prova di sopravvivenza più ardua che ho dovuto affrontare questa settimana.

Dopo aver vissuto sotto un cielo completamente grigio per giorni e giorni il semplice e scontato atto del rivedere il sole mi ha fatto provare emozioni che mi ero scordata si potessero provare.

Sorridevo, sorridevo senza motivo, sorridevo alle mie coinquiline e loro sorridevano senza motivo a me.

In più l’arrivo del sole ha coinciso con la giornata dell’indipendenza della Lituania, ragione in più per cui le strade sono state piene di gente (o scusa per uscire a prendere un po’ di sole).

Forse anche alla giornata assolata che c’è stata ieri devo la motivazione e l’energia che mi spingono ad arrivare a fine articolo oggi e spero che basterà per scrivere anche quello della prossima settimana.

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Surviving Kaunas: la guida per l’erasmus che non ha scelto la Spagna

Settimana 1 Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce…

Settimana 1

Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce che mi è sembrato di intravedere sia un miraggio o del vero sole.

Ovviamente è un miraggio, tuttavia decido di prenderlo come segno di una bella giornata.

Perché qui a Kaunas, principale polo universitario della Lituania, il sole si presenta a piccole dosi e quando c’è (quel poco che c’è) non bisogna mai darlo per scontato.

Arrivati a questo punto saranno in molti a chiedersi “ma se volevi vedere il sole perché non sei andata in erasmus in Spagna come fanno tutti invece di fare una rubrica in cui ti lamenti?”.

So che in questo momento tanti studenti erasmus staranno decidendo in quale locale di Barcellona passare la sera mentre altri si staranno godendo il caldo a Siviglia ma a me piace la lotta per la sopravvivenza e me ne assumo tutte le responsabilità. Soltanto che ogni tanto evaderò da queste responsabilità narrando le mie peripezie, suddivise in problemi con la lingua, la cucina ed il clima, in questa rubrica: gli amici che non ammorberò con i miei racconti e coloro che avranno bisogno di sopravvivere al selvaggio Nord Europa mi ringrazieranno.

Wild New World

La prima impressione che ho avuto appena salita sull’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portata nella zona centrale di Kaunas è stata quella di essere in un pullman per prigionieri in una qualche società distopica. Buio, caseggiati sovietici di cemento, autista scortese ma soprattutto un mucchio di parole che non capivo.

Nei miei (pochi) viaggi non mi ero ancora trovata in un contesto in cui non afferravo una sola parola, né sentivo termini che non ero in grado di memorizzare perché troppo diversi dai miei.

In breve ho avuto la netta sensazione di essere all’interno di una bolla che dovevo far scoppiare per riuscire a raggiungere il mio dormitorio senza perdermi nel cuore della notte.

Inutile dire che mi sono persa. Con tre bagagli, che complessivamente pesavano una quarantina di chili, in mezzo alla neve che cadeva e senza un’anima viva per le strade.

In compenso ero riuscita a notare che se nell’autobus ero in un mondo distopico uscita da esso ero all’interno di un qualche libro di fiabe russe che avevo letto da bambina. Solo che nel libro di fiabe dopo un po’ comparivano il calesse dorato, il principe azzurro delle nevi o entrambi.

Narro questo mio primo impatto con Kaunas (se ve lo stavate chiedendo ne sono uscita viva) per spiegare come mai nel titolo la definisco Wild New World. Forse non è esattamente selvaggio ma per me rimane un luogo che faccio fatica a capire, sia per la lingua sia perché mi sembra una città piena di facce diverse: quella post-sovietica degli anziani che sembrano essere memori di tempi diversi, quella in piena espansione degli edifici in ricostruzione e quella antica, quasi favolistica, che emerge dalla Old Town, l’unico luogo che sembra essere rimasto inattaccato dai vari accadimenti che hanno scosso il Paese negli anni.

Surviving the Language

L’ho già detto: completamente diversa da tutto quel che somiglia alle lingue che conosco. Spesso mi ritrovo a dover sbirciare dentro i vari esercizi commerciali per capire cosa sono e a perdermi lungo la strada perché non ricordo i complessi nomi delle vie.

Fortunatamente qui quasi tutti gli under 40 parlano inglese, anche se non sono mancate situazioni in cui ho dovuto imbastire conversazioni con anziani che mi si rivolgevano in russo (specie all’ingresso di un pub in cui sono praticamente inciampata dentro, ma questa è un’altra storia).

Surviving the Kitchen

Per adesso la mancanza della buona cucina italiana non si è fatta sentire troppo, perché il cibo qui è buono e super economico.

Il vero problema è che non ho più la mensa universitaria a mantenermi e questa rubrica più che chiamarla Surviving the Kitchen dovrei chiamarla Surviving my Kitchen.

Tuttavia qui è pieno di ristoranti economici che mi impediscono di cucinare troppo spesso e infangare la fama dell’Italia all’estero, ma, aspiranti visitatori della Lituania e curiosi, inizierò ad elencarveli nelle prossime settimane.

Surviving the Climate

Se siete meteoropatici non trasferitevi qui o non fatelo a febbraio: in una settimana ho visto un cielo azzurro una giornata sola e mi ero dimenticata potesse assumere un colore così vivo.

La gente del posto garantisce che il cielo tornerà  a donare un regime luce/buio normale verso aprile, ma fino ad allora credo che avrò incrementato la capacità di captare luce dei miei occhi e non ci farò più caso.

Direi che se mi dilungo a raccontare altri inconvenienti tragicomici l’articolo non finirebbe più e siccome non ho tempo di scrivere perché devo farmi una vita chiudo la narrazione delle mie peripezie qua.

Spero che le mie vicende in terra baltica vi divertano e, se così fosse (ma anche se così non fosse, non mi legge nessuno comunque), continuerò a scriverne.

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