Due ragazzi innamorati come noi, due africani in questa Europa

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile.  Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano,…

Con le mani fredde, scrivo di questo cuore caldo, sorridente, accogliente e tante volte fragile. 

Scrivo di un amore mai provato, forse… un amore autunnale, un amore cresciuto piano piano, un amore alimentato da parole sincere, desideri soffocati da impegni quotidiani.

Noi due, africani, tu della Nigeria ed io dell’Angola, ma che grazie a questa bella Italia ci siamo innamorati.

Sei così totalmente africano, forse è il tuo essere nigeriano che ti distingue dal mio essere non pienamente angolana.

Parlo! Quasi arrivo ad urlare, urla d’amore… voglio viverti, adesso voglio esserci, adesso sono pronta per quel domani e quest’oggi che rappresenta il futuro che vorrei assieme a te.

So che per te stare insieme in un paese straniero non è la stessa cosa, ma ti devi integrare. La vita non è una favola, ma l’amore delle volte ci cambia e salva. Avremmo tanto da affrontare e tu che sei così benedettamene testardo, questo complica la nostra realtà.

Tesoro mio con te voglio quella realtà tanto desiderata, avere la nostra casa e i bambini tanto sperati, costruire la tua africa in questa nostra realtà europea.  Ma se tu continui ad essere chiuso alle cose da questa parte e vivere come se fossi ancora in Nigeria, tutto si complica anche per me. Il tuo amore non reggerà tutto, non reggerà le difficoltà esistenti in quest’oggi; la mancanza di soldi per poter pagare l’affitto, è la nostra realtà, hai un lavoro precario amore mio, ed il mio titolo pare che non serve a niente, almeno oggi. Tu mi prometti mondi, ma se non ti integri che senso hanno le tue promesse.  Guarda la vita a 360 gradi, io non sono una roccia ma so che essendo africana, sono forte, noi africani abbiamo i nostri modi di vedere il mondo e di vivere la realtà. Abbiamo mantenuto le tradizioni e ce la portiamo ovunque andiamo. non chiuderti le barriere, non chiuderci un destino che potrebbe rivelarsi quello giusto per te e me.

Qui in Italia ci sono leggi severe, leggi italiane che vengono rispettate, a differenza nostra dove la maggior parte delle persone non le rispetta.

Esistono diritti e doveri, diritti che ci spetta anche a noi in quanto esseri umani, e doveri che dobbiamo rispettare in quanto cittadini facente parte di una bellissima comunità: l’Umbria.

Perciò smettila di lamentarti, smetti di paragonare la tua tanto amata terra nigeriana alla realtà italiana in particolare.

Oggi sentiamo parlare di molte cose spiacevoli che accadono in Nigeria e non solo lì, ma ora vuoi dirmi che lì staresti meglio?

Le persecuzioni religiose che là esistono, tu non le hai mai provate sulla pelle? Di queste varie ragazze che vengono mercificate con destino una vita di prostituzione, non ne hai mai sentito parlare? Qui c’è la speranza, è la terra della speranza. Una speranza che là non troviamo.

Qui caro, grazie al cielo ti puoi creare un futuro, difficile il cammino ma non impossibile, futuro nostalgico perché è in africa dove vogliamo vivere alle condizioni di una realtà europea, senza guerre, senza conflitti come quelli esistenti nella maggior parte dell’Africa, e dare un futuro ai nostri figli e non costringerli ad essere bambini soldati. Hai nostalgia di casa, conosco la sensibilità del tuo essere, conosco tutto ciò perché ti guardo con gli occhi di una ragazza innamorata, una ragazza che ama, ama anche i particolari.

Vorresti andare via da Perugia, questa città che mi ha dato tanto e insegnato. Abbi pazienza, tutto nella vita viene piano piano e nel tempo giusto, ti devi assaporare anche la sofferenza per amare il valore della vittoria, il saper di aver superato qualcosa e raggiunto un obiettivo a te molto caro, aver realizzato sogni come qualunque altro italiano. Lo so, non è facile stare qui, e non poter più ritornare a vedere la tua famiglia, lì nella terra che tanto ami per le persone che hai lasciato, ma che odi per via delle decisioni che ti hanno costretto a prendere.

Viviamo l’oggi, perché del domani non sappiamo dove saremmo e se ci saremmo. Abbi più coraggio di me, io che con le parole ti so scuotere, ti so sgrullare, eh si, tu sei per me importante, sappi che io do molta importanza alla parola importante.

Amore, dolce caro amore, quanto è bello essere i numeri 1, io e te che ci completiamo, io e te che ci apparteniamo. Ma non voglio più fantasticare, la realtà è troppo dura, e questa nostra realtà da immigrati lo è ancor di più, ma per amore io voglio che ci reinventiamo, ci ricostruiamo e finalmente viviamo la vita. Ma non dimenticando di quello che siamo, e quello che possiamo diventare, insieme.

Commenti disabilitati su Due ragazzi innamorati come noi, due africani in questa Europa

Un ponte tra Perugia e Tunisi

Iniziamo dicendo che no, non è l’incubo peggiore di qualsiasi nazional-sovranista europeo, ma l’idea che ha portato alla nascita dell’Open Art Week (WAO): incontri, mostre e spettacoli di arte contemporanea,…

Iniziamo dicendo che no, non è l’incubo peggiore di qualsiasi nazional-sovranista europeo, ma l’idea che ha portato alla nascita dell’Open Art Week (WAO): incontri, mostre e spettacoli di arte contemporanea, organizzati dall’Associazione REA, che per 9 giorni hanno portato un po’ di Tunisia, la sua parte più vera e libera, in giro per Perugia.

Quello della “Libertà”, con la L maiuscola, è stato un tema che è sempre tornato al centro degli incontri cui abbiamo preso parte. Libertà di vivere al meglio la propria vita e libertà di esprimersi si sono incontrate, fuse, e per la sua prima edizione l’Open Art Week ha scelto proprio Perugia per dare voce e spazio agli artisti partecipanti.

open art week foto Ziad Ben Romdhane minimetrò piramide solfati

Una delle foto di Ziad Ben Romdhane. E no, in Tunisia non ci sono piramidi…

Se avete usato il minimetrò tra il 29 e il 7 ottobre, e vi siete guardati un po’ intorno, forse avrete notato che nelle stazioni hanno trovato posto fotografie, in bianco e nero, che non avevate mai visto prima. Erano le foto scattate da Ziad Ben Romdhane, che ha cercato di raccontare per immagini alcuni aspetti della vita (e qualche assurdità) della Tunisia moderna.

Le abbiamo viste mentre salivamo in centro per andare a vedere uno dei film del WAO proiettati al Postmodernissimo, “El Gort”, di Hamza Ouni. Un documentario frutto di anni di riprese e interviste, iniziato con il padre del regista e concluso non senza grandi difficoltà, come ci ha confessato lo stesso Hamza alla fine della proiezione: “per anni il documentario è stato censurato, la proiezione è stata vietata. È triste come un film girato per i tunisini possa essere guardato solo all’estero. Ora, dopo la fine della dittatura, la situazione in parte è cambiata, però…”. Però, come fanno capire i protagonisti del documentario, alcune cose non cambiano mai: nel loro caso, la miseria e le difficoltà del mercato del fieno, sempre meno redditizio, e che portano molti a sognare di partire, per un posto in cui non siano umiliati dal loro stesso Paese, per cercare altrove fortuna e una vita più facile (anche, a volte, fuori dalla legge); per l’autore, il tendenziale ostracismo di una parte dell’élite del suo Paese per chi cerca di mostrare i problemi dei giovani tunisini.

“La libertà di espressione per voi è una cosa normale; per noi non è stato così, c’è stata una lotta per guadagnarcela durante quella che chiamate ‘Rivolta dei Gelsomini’. Ora possiamo dire cose che prima non potevamo neanche pensare. Anche se quelli che i manifestanti portavano erano machmun, e non mazzi di gelsomini!”. Il sorriso contagioso di Seif Eddine Nechi si riapre solo alla fine del suo commento sulla libertà di espressione. Nella mostra dei suoi fumetti al Tangram ha raccontato di come è diventato uno tra i più apprezzati fumettisti della “nuova generazione” tunisina, di come ha dovuto sgomitare perché lui e il collettivo Soubia, di cui fa parte, avessero uno spazio nella scena culturale di Tunisi. Anche perché i loro fumetti, anche se molto apprezzati dalla critica internazionale, sono in tunisino, sono fatti per i tunisini. Anche a costo di non avere grandi finanziamenti e dover organizzare piccoli eventi o distribuire i fumetti gratuitamente per coltivare la loro passione.

Un altro dei film portati dal WAO al Postmodernissimo, “The Last of Us”, opera prima del 2016 di Ala Eddin Slim, affronta il tema della libertà in un modo completamente diverso, per dire la verità completamente inaspettato. Inizia come potrebbe iniziare un film “normale” (per quanto senza dialoghi) sulla “normale” realtà dei nostri giorni, con due uomini che attraversano il deserto per dirigersi verso il mare. Uno di loro viene fermato quasi subito, da degli uomini che tendono loro un’imboscata, mentre l’altro (dai titoli di coda sappiamo che il suo nome è semplicemente N.) continua il suo viaggio, per poi arrivare alla spiaggia, rubare una barca e salpare verso quella che presumiamo sia l’Europa. Ma non c’è la modernità ad aspettare il protagonista, accolto invece da foreste e nessuna traccia di civiltà o di presenza umana. Fino a quando “incontra” (guardate il film e vi spiegherete il virgolettato) un vecchio cacciatore, coperto da pelli di animale, visibilmente selvaggio.

open art week scena The Last of Us

Una scena da “The Last of Us” di Ala Eddin Slim

Si capisce qui che il film ha lasciato il terreno dalla critica e dell’attualità per entrare nell’immaginifico, che la barca di N. è attraccata nel passato remoto (o nel futuro post-apocalittico, chissà), e che il nostro eroe è all’inizio di un cammino che lo porterà a trovare la libertà non nell’occidente contemporaneo, ma nella natura preistorica, selvaggia e proprio per questo vera.

All’Open Art Week non ci sono stati solo incontri ed eventi per presentare le opere, ma anche workshop aperti a tutti coloro che volessero conoscere meglio una certa espressione artistica, e diventare loro stessi protagonisti dello spettacolo multiculturale che stava andando in scena in quei giorni. Uno degli artisti che si sono prestati è stato il nostro Nechi, che tutti i giorni ha incontrato gli studenti per un laboratorio di fumetti; un altro è stato Rochdi Belgasmi, ballerino e insegnante di danza contemporanea.

open art week spettacolo rochdi belgasmi

Una momento dello spettacolo (dal profilo Instagram del WAO)

Il suo spettacolo, alla Corsia Of, è stato un incredibile incontro tra la danza tradizionale tunisina (in tutte le sue varianti locali) e la danza moderna, in un turbine che non ha risparmiato né il ballerino né i tanti spettatori, chiamati a ballare prima in piccoli gruppi e poi tutti insieme, per condividere un momento di libertà nel ritmo e nella musica tunisina.

Questi sono stati solo alcuni degli eventi che hanno movimentato Perugia nella prima settimana di ottobre; dalla settimana successiva, per altri 9 giorni, la contaminazione artistica si ribalta, con artisti italiani a portare la loro passione a Tunisi, in uno scambio che speriamo rinforzi i legami tra le due (vicine, vicinissime) sponde del Mediterraneo.

Grazie Open Art Week, per favore: torna a Perugia anche il prossimo anno.

Commenti disabilitati su Un ponte tra Perugia e Tunisi

Da Gubbio al grande schermo: emarginazione, solidarietà e amicizia in “Mon amour, mon ami”

“È difficile sposare per finta qualcuno che ti ama davvero” È questa la frase che più colpisce nel corto di Adriano Valerio, “Mon amour, mon ami”. 15 minuti di vita…

“È difficile sposare per finta qualcuno che ti ama davvero”

È questa la frase che più colpisce nel corto di Adriano Valerio, “Mon amour, mon ami”. 15 minuti di vita vera e vissuta; due storie di emarginazione che si incontrano e si salvano, tra solidarietà, amicizia (e amore), in una Gubbio periferica, insolitamente distante. Il film è stato proiettato nel 2017 al Festival del cinema di Venezia e al Toronto Film Festival, dove ha raccolto grande consenso di pubblico e critica.

Siamo andati a vederlo al cinema Melies, a Perugia, per il Perso – Perugia Social Film Festival. C’era anche l’autore, che ci ha raccontato, prima e dopo la proiezione, alcuni aspetti della vicenda che non potevano apparire nel corto, per mancanza di tempo o perché accaduti dopo le riprese.

La prima domanda dal pubblico è ovviamente: “ma come è finita? Si sono sposati o no?”. Adriano sorride, chissà quante volte l’ha sentita. “Daniela dopo le riprese sembrava aver cambiato completamente idea. Di punto in bianco dice di voler sposare quell’uomo cui poco tempo prima, nonostante i grandi bellissimi cambiamenti che aveva portato nella sua vita, aveva chiesto di lasciare la casa in cui abitavano. Ma la cosa è ancora in forse, nessuno sa come andrà veramente. Quello che è sicuro è che trovarsi davanti alla macchina da presa ha completamente sconvolto la vita di queste due persone. Farsi filmare li ha portati a vedere la loro storia in modo diverso. Alla fine quasi tutti trovano una spinta particolare nell’essere protagonisti di un film. Soprattutto se si è in una situazione difficile.”

E in effetti la storia personale dei due protagonisti è stata difficile. “Tutti e due figli di famiglie di una certa importanza, lui di un imam di Casablanca e lei di un medico di Bari, prima di incontrarsi avevano entrambi seri problemi con l’alcool. Ho incontrato Fouad in un bar, gli ho offerto una birra e abbiamo iniziato a parlare. Mi ha raccontato della sua storia, e del suo rapporto con Daniela. Quando si sono incontrati hanno trovato nell’altro la forza per uscire dal tunnel. Quando abbiamo pensato di portare al cinema la loro vicenda ne erano molto felici. Raccontarsi (e impersonarsi) li ha aiutati molto. Le difficoltà però non sono finite con l’inizio delle riprese.”

Per esempio? “A Venezia e Toronto hanno avuto un assaggio di un mondo molto diverso dal loro: il cinema, i complimenti, l’essere a modo loro famosi… quando sono tornati sono iniziati i problemi. La gente a Gubbio ha iniziato a guardarli in modo diverso, e non in meglio. Alcuni hanno iniziato a rinfacciare piccole cose che fino a poco prima passavano inosservate, solo per il fatto che loro “sono famosi”, “sono attori”; come se la loro vita fosse migliorata in modo così drastico, e fossero davvero degli attori di professione. In particolare Fouad ha risentito del cambiamento, mi ha detto apertamente che la situazione stava davvero peggiorando. Se poi consideriamo il clima generale verso gli immigrati tra 2017 e 2018, proprio quando si è concretizzato il progetto di questo corto, possiamo capire a cosa poteva essere dovuto questo cambiamento”.

“Ora stiamo lavorando all’idea di rendere questo corto-documentario un film, come se quello che abbiamo girato sia stato solo un primo episodio di una storia più lunga. Intanto, sono rimasto in contatto con Fouad e Daniela, e a volte siamo invitati per far vedere il filmato nelle scuole, per interagire con i più giovani. Per raccontare anche ai ragazzi la loro vita.”

Commenti disabilitati su Da Gubbio al grande schermo: emarginazione, solidarietà e amicizia in “Mon amour, mon ami”

How to: comunicare positivamente l’immigrazione

Se siete approdati su questa pagina, qualunque siano le vostre posizioni sull’immigrazione, vi sarete sicuramente lamentati di una cosa: l’immigrazione viene comunicata male. Scrivo questo articolo perché sono d’accordo con…

Se siete approdati su questa pagina, qualunque siano le vostre posizioni sull’immigrazione, vi sarete sicuramente lamentati di una cosa: l’immigrazione viene comunicata male.
Scrivo questo articolo perché sono d’accordo con voi. Tutti noi, e non parlo solo di media e social network, stiamo facendo degli sbagli quando parliamo di immigrazione:

Una piccola verità sugli immigrati per continuare la lettura                           L’8% della popolazione residente in Italia è composta da immigrati. No, non il 30% come dicono sempre i sondaggi. Sono un po’ pochini per usare paroloni come di “invasione di migranti”, non trovate? Vi dirò di più: la maggior parte di questo 8% sono persone appartenenti al ceto medio del loro paese che vengono qui in maniera completamente legale per costruire un futuro migliore ai loro figli. Insomma, sono persone che ci somigliano: alzi la mano chi tra voi non ha mai pensato di trasferirsi all’estero per ottenere un lavoro migliore.
Aggiungo un ultimo dato a conclusione di questo paragrafo: gli immigrati, con il loro lavoro, producono quasi il 9% del PIL nazionale. La ricchezza generata da questo 8% di popolazione va poi a supportare le pensioni dei numerosi anziani residenti in questo Paese/di nonni e genitori italiani.

Ma se i dati esatti sull’immigrazione sono questi allora perchè si diffondono notizie ben più negative?
Non si sa se sia l’amore o l’odio la forza a muovere questo mondo: quel che purtroppo pare essere certo è che l’odio fa più notizia. Se a ciò si aggiunge il potere di amplificazione di internet diventa questione di un attimo indignarsi perché Samuel L. Jackson se ne sta “svaccato” su una panchina a Forte dei Marmi vestito Prada grazie ai 35€ giornalieri che prende dalle nostre tasche.
Sono sempre più le persone che dicono di informarsi su facebook, l’habitat ideale per la nascita delle filter bubbles, ossia ecosistemi informativi personali creati da degli algoritmi che operano in base a ciò che andiamo a visualizzare mentre navighiamo in rete. Ciò ci porta ad isolarci da tutto ciò che entra in conflitto con le nostre convinzioni.
Coloro che “vivono” in filter bubbles simili si ritrovano a condividere le loro idee, creando tribù virtuali in cui sentono ripetersi ciò che già pensano e possono compiacersene: è il fenomeno dell’echo chamber, dove tutte le voci sono un eco della propria linea di pensiero.
Approvandosi a vicenda, questi gruppi di persone tendono a radicalizzare le proprie posizioni.

E allora che si fa?
In quasi tutta Europa sono state condotte indagini in merito allo sfasamento tra la realtà di un Paese e la percezione della realtà da parte degli abitanti di questo Paese ed’è emerso che tra tutti gli italiani sono la popolazione che percepisce il reale nella maniera più distorta e negativa. Per comunicare l’immigrazione nel modo corretto basterebbe ridurre lo sfasamento tra realtà e percezione della realtà. Come? Parlando di tutto ciò che apporta, economicamente e culturalmente, l’immigrazione. Non si tratta di inoculare in chi legge e ascolta un contenuto di good news ma di comunicare il reale in tutta la sua complessità.
Non occorre essere giornalisti per raccogliere informazioni e parlare di una cosa su cui si è preparati ma è importante conoscere come funziona la comunicazione: se non si diventa critici della comunicazione se ne subiscono gli effetti.

Ma nessuno se ne occupa?
Proporre alternative è già difficile, rompere le echo chambre ancora di più: ci sono già state molte campagne per cambiare la percezione che le persone hanno dell’immigrazione e non sempre hanno sortito gli effetti sperati.
A volte gli stessi giornalisti usano un linguaggio troppo di nicchia quando la comunicazione dovrebbe trovarsi a metà tra potere e popolazione.
Proprio perché lo scopo della comunicazione è mediare è importante interrogarci sul nostro ruolo nel diffondere notizie giuste e sbugiardare notizie sbagliate. Ciò di cui parlo in questo articolo, infatti, non vale solo per televisione e giornali: comunicare nel modo corretto è responsabilità di tutti.

Commenti disabilitati su How to: comunicare positivamente l’immigrazione

“Via di qua”, con Human Beings entra in scena la ricchezza della diversità

Lo studio teatrale Smascherati! e il laboratorio teatrale Human Beings hanno portato in scena per tre serate al Chiostro Sant’Anna il loro ultimo lavoro teatrale, “Via di qua”. Se nella…

Lo studio teatrale Smascherati! e il laboratorio teatrale Human Beings hanno portato in scena per tre serate al Chiostro Sant’Anna il loro ultimo lavoro teatrale, “Via di qua”.

Se nella locandina di uno spettacolo leggi che quello che stai per vedere è un “gioco scenico di varia umanità”, sai già che stai andando incontro ad un’esperienza come poche altre. E ne sei ancora più convinto se poi vedi che lo spettacolo è organizzato da un “workshop teatrale inter-culturale internazionale”, con 35 componenti provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo, a titolo non solo di attori. “I ragazzi sono anche ideatori dello spettacolo, buona parte di quello che vedrete viene dalle loro idee su quello che vogliono trasmettere”, spiega la ragazza che fa la maschera per la serata. “Beh se l’hanno fatto i giovani allora sarà divertente!” è il commento di una delle signore che hanno chiesto informazioni.

A dire la verità, “divertimento” non è la prima parola che mi viene in mente quando ripenso allo spettacolo. I momenti che strappavano un sorriso o una risata non sono mancati. Ma almeno nel mio caso sono state motivate dall’assurdità delle immagini evocate dagli attori a beneficio della platea: a tratti grottesche, crudeli nel loro essere così rappresentative della realtà. E questo è vero fin dalla prima scena.

Il tutto parte, come tante altre storie, dal mare. Il rumore delle onde è inconfondibile; una tavola di legno simula una barca; gli attori che cercano di issarsi su di essa, uomini che non si rassegnano al destino di un naufragio imminente (vero o figurato, nel mare o nella vita, non è dato saperlo). Il primo ragazzo fallisce; così il secondo. Il terzo, finalmente, riesce ad arrampicarsi sulla tavola. Ma un altro personaggio si dirige fischiettando verso il centro della scena; nella finzione scenica il suo bastone diventa un fucile, i “bang” diventano spari, e uno di questi colpisce il naufrago alle sue spalle, che ricade in acqua tra le risate dell’uomo col fucile, incurante degli effetti della sua incoscienza armata. Come minimo, è una metafora della noncuranza di alcuni soggetti verso le tribolazioni altrui; se poi la vogliamo prendere in senso più letterale…

Intervallate da altre scene più “leggere”, ce ne sono state altrettante a raffigurare, ricorrendo all’assurdo, le assurdità di alcuni comportamenti, così squisitamente e tristemente umani. Alcune mi sono rimaste particolarmente impresse:

  • il tentativo di una ragazza del nord Italia di insegnare una canzone popolare (“La bella polenta”) e la relativa mimica a due ragazzi africani, che si prestano bene al gioco; e la reazione di altri due personaggi nell’ascoltare e vedere la parte finale del simpatico spettacolino (“come si caga la bella polenta? La bella polenta si caga così! Oh-oh-oh, la bella polenta così”). Quali stereotipi simboleggiavano i due personaggi, molto ben vestiti e altrettanto disgustati dalla scena? il francese con la punta sotto il naso? il tedesco sprezzante? O semplicemente chiunque abbia una immotivata chiusura mentale?

 

  • La diatriba tra una ragazza italiana ed un ragazzo nero su chi dei due fosse “fuori” e chi “dentro”, una volta messa tra loro una porta; e una volta tolta la porta, chi dei due fosse “fuori” o “dentro” rispetto ad un confine segnato col piede sul terreno. Un’assurdità, ma un’assurdità contagiosa, che travolge in pochi secondi tutti gli attori della serata, impegnati prima a tracciare confini immaginari; poi a ballare tutti insieme sulle note di Time Warp del Rocky Horror Picture Show, in un’illusione di condivisione di qualcosa che non sia l’astio reciproco; e infine a cacciarsi reciprocamente, ognuno nella propria lingua. Chi ha cacciato qualcuno viene subito cacciato da qualcun altro fuori dalla scena, che così pian piano si svuota. Fino a che non ne rimane solo uno, il vincitore di questa sfida confinaria, a gioire della sua vittoria, e poi a disperarsi della sua solitudine. Cosa può trasmette una scena del genere? A cosa vi fa pensare dello stato del mondo e dell’umanità in generale?

 

  • Ragazzi e ragazze trascinano i piedi, mentre portano delle valigie verso i lati della scena; le poggiano a terra, le aprono, tirano fuori pistole ad acqua e gavettoni, che iniziano immediatamente ad usare l’uno contro l’altro. Ma non siamo al mare, questa è una guerra: uno sparo fa cadere tutti a terra, e per un momento sembra che tutto sia finito: una nuova comparsa chiede dove sia il confine, e tutti rispondono a turno “è di là!”, per poi precipitarsi in direzioni diverse, fuori dalla zona illuminata dai riflettori…
  • … al centro della scena un contadino inizia a picconare il terreno; prima con la calma di chi lavora la terra e sa cosa sta facendo, poi sempre con più foga, fino ad aprire una buca, che riempie d’acqua, e in cui poi inizia a saltare, come farebbe un bambino. Ma le risate non sono di gioia: diventano isteriche, lasciando dubitare della sanità mentale del personaggio. Cosa vuole insegnarci questa scena? Che dopo un evento come una guerra nulla, soprattutto la normalità, riesce a salvarsi, ad essere più come prima?

Per farla breve (non posso mica raccontarvi tutto lo spettacolo!), “Via di qua” non è stata una divertente messa in scena, ma uno spettacolo intelligente, per far riflettere sul mondo che ci circonda, sul rapporto con i nostri simili, e sulle assurdità che a volte la vita e la natura umana ci mette davanti. Una grande iniziativa, portata avanti da ragazzi e ragazze appassionati, accomunati nella diversità di provenienze e di storie dalla stessa passione, che hanno messo tutto loro stessi sotto i riflettori e davanti al pubblico.

Se dovessero riproporre lo spettacolo, andate a vederlo. Altrimenti, tenete d’occhio il loro sito per vedere quando ne daranno un altro. Sarà un’esperienza da ricordare.

Commenti disabilitati su “Via di qua”, con Human Beings entra in scena la ricchezza della diversità

“Così sono diventata infermiera in Italia”, una storia di volontà e sacrificio

Concitta, infermiera di professione da 33 anni. Da diciotto vive a Perugia, dove si è trasferita dall’Ecuador e dove ha trovato la sua seconda casa. L’abbiamo incontrata per farci raccontare…

Concitta, infermiera di professione da 33 anni. Da diciotto vive a Perugia, dove si è trasferita dall’Ecuador e dove ha trovato la sua seconda casa. L’abbiamo incontrata per farci raccontare la sua vita da umbra.

Concitta, da quanto tempo sei in Italia? Cosa fai a Perugia?
“Sono arrivata nel duemila, direttamente a Perugia.
All’inizio ho fatto un lavoro molto bello e onesto: l’assistenza alle persone anziane. Dopodiché mi sono impegnata per raggiungere il mio obiettivo: convalidare la mia laurea presa nel mio Paese, in Ecuador. Dicevo sempre: diventerò infermiera in Italia.”

È stato difficile?
“Non è stato facile non essendo cittadina dell’Unione Europea: ci sono voluti quattro anni e mezzo.  E’ stata anche un’importante spesa economica per cui ho sacrificato tutte le cose materiali ed ho lottato prima di tutto per mia figlia, la persona più importante per me. Finché finalmente ricevo una chiamata in cui mi dicono che era arrivato l’attestato del Ministero della Sanità. In quel momento mi sono inginocchiata per strada ed ho ringraziato il Signore. Non mi importava della gente che rideva perché sono molto credente, ma soprattutto perché non mi vergogno delle cose belle. Nella vita niente è regalato e l’essere umano deve lottare”.

E finalmente hai realizzato il tuo sogno
“Ho iniziato un percorso lavorativo viaggiando fuori Perugia, con tanti sacrifici perché lasciavo la mia bambina piccola e non la vedevo mai. Ora ho un lavoro meraviglioso a Perugia che svolgo con tanto amore e passione. Ho lavorato in molti ambiti professionali, ora sono in geriatria e sono capoturno. Mi impegno per creare un bel clima e l’atmosfera giusta donando ‘una mulichina’ (come dice il perugino) di affetto alle persone che soffrono”.

Oltre al lavoro, hai altre passioni?
“Da buona latino-americana mi piace tanto la musica e il ballo, la mia arte preferita è la manualità e il disegno. Mi considero una disegnatrice ed ho anche un canale Youtube: Amor Arte y Pasión de Allure. Mi piace realizzare tanti piccoli oggetti e decorazioni per esempio per le feste. Un giorno mi piacerebbe diventare organizzatrice di eventi e vorrei anche studiare per questo. Lo studio non ha età, quando uno ha volontà”.

Ti piace vivere a Perugia?
“All’inizio è stato difficile perché non conoscevo nessuno, ma la società perugina mi ha accolto e la ringrazio. Un’altra difficoltà è stata la lingua. Non ho mai studiato italiano, l’ho imparato stando in mezzo alla gente e anche la televisione mi ha aiutata molto. La mia prima professoressa, però, è stata la mia figlia.  Non la cambierei per niente al mondo. Amo tutto quello che c’è intorno a me, mi trovo e mi sento bene. Ho un bel rapporto con le persone perché uno il rapporto lo crea: nella vita dobbiamo dare per poter ricevere quindi ci dobbiamo comportare bene, seguire le regole e le leggi e ci troveremo bene ovunque. Gli ingredienti fondamentali per stare bene in ogni posto sono il rispetto e l’obbiettivo, perché se uno ha obbiettivi generali e specifici sai sempre dove andare. Mi sento perugina. Perugia mi ha adottata, mia figlia è nata nel mio Paese ma è come se fosse nata a Perugia, parla anche perugino. Anche a me scappa il perugino ogni tanto quando sono con i miei colleghi ormai. Amo Perugia, dopo la mia città originaria è la mia casa”.

Commenti disabilitati su “Così sono diventata infermiera in Italia”, una storia di volontà e sacrificio

Adil: il cuoco musicista innamorato di Umbria Jazz

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora…

C’è gente ai Giardini Carducci, del resto durante Umbria Jazz è sempre così a Perugia, anche di pomeriggio. Mi siedo su una panchina, proprio di fianco al palco: c’è ancora un po’ di tempo prima dell’intervista a Radio Cult, tanto vale stare qui e sentire un po’ di musica. Mi sto rilassando un po’ quando si avvicina un uomo, mi si siede accanto.

“Scusa – mi chiede – sai a che ora inizia il concerto?”

Gli rispondo che non lo so, che sono lì per caso. Ma intanto ho avvertito una cadenza particolare nel suo modo di parlare. Lo osservo un attimo, decido di provare a fare un’intervista al volo, à la #humansofumbria insomma. Mi presento, si presenta anche lui: si chiama Adil, ha 43 anni. Gli dico che collaboro con un blog che parla di immigrazione, integrazione e seconde generazioni, e gli chiedo se fosse un problema fare una chiacchierata su questi temi.

“Non me l’aspettavo – mi dice – ma va bene. Guarda che in Marocco vendevo macchine, parlo parecchio”. Nessun problema gli dico, anzi. “Va bene allora” mi risponde.

Inizia a parlare. Pensavo volesse fare qualche domanda sul blog, o sul tipo di domande che gli avrei fatto, come di solito succede. Ci metto qualche secondo a capire che per lui l’intervista era già iniziata, che mi stava raccontando di lui e della sua vita. Inizio a registrare.

“Sono a Perugia dal 2012, ma sono venuto in Italia nel 2010. All’inizio ero in Toscana: non avevo un lavoro fisso, ma bisogna sempre cercare, non mollare mai. Mi sono trasferito qua perché un amico aveva un ristorante e avevo la possibilità di lavorare con lui. In Marocco vendevo automobili in un concessionario, ma qui ho lavorato sempre nelle cucine dei ristoranti. L’importante è integrarsi nel settore in cui lavori, se non sei capace di integrarti in uno staff con poche persone come puoi pensare di integrarti in una società? Devi avere carisma”.

Questa è nuova. Cosa intendi per carisma?

Non ci pensa neanche su, risponde di getto. “Personalità, forza morale, coraggio. Con il carisma puoi fare tutto. Bisogna essere pazienti, avere cultura, saper comunicare con tutti: italiani, marocchini, americani, asiatici…  Bisogna capire come comunicare con la gente, tutto dipende dalla cultura e dalle proprie qualità”.

E l’ambiente in cui vivi, le persone che ti circondano, e magari ti guardano in un modo particolare per come ti comporti, per come parli, per la tua nazionalità? Quanto peso hanno?

“Certo dipende anche dalle situazioni, ma chi ti sta di fronte non sa chi sei tu, non conosce la tua vita, la tua storia, le tue esperienze. Devi comunicare tutto questo. Ognuno vive in società diverse, con mentalità e culture diverse: se si è ignoranti, senza cultura, educazione, o capacità intellettuali non puoi integrarti. Anche lo studio è importante: cercare di migliorarsi, e di non fare sempre gli stessi sbagli.” Si mette a ridere. “Non solo studiare materie: geografia, storia, o altro. Devi conoscere le lingue. Per esempio io parlo il francese come seconda lingua, un po’ di inglese perché l’ho studiato…”

Beh, anche l’italiano.

“Guarda, non sono ancora molto soddisfatto di come parlo l’italiano, cerco sempre di perfezionarlo. Questa è vera integrazione, sapere come esprimere al meglio i propri bisogni e i propri pensieri.”

Il volume, fino a quel momento abbastanza basso da fare da sottofondo alla nostra chiacchierata, aumenta di colpo. Stare così vicino alle casse non aiuta. Avvicino il microfono, inizio ad avere difficoltà a sentire le parole di Adil che intanto, forse influenzato dalle note, mi parla del suo rapporto con la musica.

“Sono pazzo per la musica, ho un’ora di pausa dal lavoro al ristorante e quando c’è Umbria Jazz vengo qui ai Giardini Carducci, meglio che stare un’ora a casa. Per fortuna Perugia ha Umbria jazz, altrimenti forse me ne sarei già andato. Anche io suono, il pianoforte. Da bambino vivevo in una casa in cui si sentiva sempre musica, i miei cugini suonavano in un gruppo, mio padre aveva vari dischi. Ricordo che la mia prima cassetta era di Bob Dylan, mi piaceva Ray Charles. Quando ero piccolo suonavo, e ho ricominciato poco tempo fa, dopo venti anni. Ora appena posso esprimo i miei pensieri e i miei sentimenti attraverso la musica. Non ho mai studiato musica, improvviso. Ho fatto anche alcuni brani, ma per ora li tengo per me. Non tutti approfittano del momento, io ringrazio per i momenti che vivo. Quando sono al pianoforte vivo dei momenti che sono solo miei, che nessuno può togliermi.”

Commenti disabilitati su Adil: il cuoco musicista innamorato di Umbria Jazz

Una serata particolare: Blog Niù @ Radio Cult!

Ieri è stata una giornata particolare: Blog Niù è stato invitato dagli amici di Radio Cult per fare una chiacchierata in diretta Facebook nel programma Dammi il Cinque, presentato dal nostro Guy!…

Ieri è stata una giornata particolare: Blog Niù è stato invitato dagli amici di Radio Cult per fare una chiacchierata in diretta Facebook nel programma Dammi il Cinque, presentato dal nostro Guy!

💪 Tre valorosi sprezzanti del pericolo si sono fatti avanti: Federica per parlare di Umbria Integra e del progetto DEEP, Elena come nuova entusiasta editrice del nostro blog, e Marco in rappresentanza degli irriducibili che hanno creduto nelle Nuove Identità Urbane fin dall’inizio. 💪

Grazie ai ragazzi di Radio Cult, che ci hanno fatto sentire a casa e ci hanno dato la possibilità di parlare di questo grande progetto!!  😍

Vi siete persi la diretta? 😱 Guardatela in streaming! Qui la prima parte, e qui la seconda! (dopo problemi tecnici che hanno tagliato un pezzetto dell’intervista a Elena… il bello della diretta! 🤣)

E qui sotto una piccola galleria con il meglio del meglio della serata!

Commenti disabilitati su Una serata particolare: Blog Niù @ Radio Cult!

Nelle playlist dei ragazzi dello Sprar

Le colonne sonore dei richiedenti asilo e rifugiati scandiscono le loro giornate tra nostalgia di casa, ricordi dolorosi di viaggio e il desiderio di un futuro senza conflitti. Nell’ambito del…

Le colonne sonore dei richiedenti asilo e rifugiati scandiscono le loro giornate tra nostalgia di casa, ricordi dolorosi di viaggio e il desiderio di un futuro senza conflitti. Nell’ambito del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) i ragazzi trascorrono il tempo tra corsi di lingua, ricerca di lavoro, tentativi di contatti con i familiari. Giovani poco più che ventenni con alle spalle esperienze difficili, ma gli stessi desideri dei loro coetanei che attraverso il linguaggio della musica mi hanno raccontato speranza e desideri.

JANKO JABBIE
Mamadou: “Ciao Janko come stai?”
JJ: “Bene grazie bro!”
M: “Sai già perché sono qui vero?”
JJ: “Sì, mi ricordo dell’intervista”.
M: “Andiamo dritti al punto, chi è il tuo artista preferito?”
JJ: “Jah Cure. Ma il “mio” Jah Cure. Ho scelto lui perché è uno degli artisti migliori al mondo. Quando lo ascolto mi sento felice, sento tante emozioni. La mia canzone preferita è All of me. Ascolto molto della sua musica ma questa è la mia preferita perché ti senti in connessione con te stesso, niente è come vivere insieme in amore e armonia, perché tutti gli esseri umani sono uguali. Il suo messaggio è che bisogna vivere in pace… amore, bro!”.

SALIOU JALLOW
Artista preferito: Rica.
“Rica è il migliore artista della Guinea. A Conakry, la capitale, la mia gente non ascolta la sua musica perché non comprendono quello che dice, ma quando lo capisci comprendi che sta parlando di te nelle sue canzoni”.
Canzone preferita: “Yadu Safari”.
“Letteralmente “colui che viaggia a piedi”. Questa è la mia canzone preferita che ascolto la mattina appena sveglio. Racconta della mia vita, del mio viaggio e continuerei ad ascoltarla ancora e ancora. Ho perso alcuni amici durante il mio viaggio. Questa canzone parla della mia vita”.

SAIKOU
Artista preferito: Richie Spice.
Canzone preferita: “Mother of creation”.
“Ho scelto questa canzone perché mi fa pensare a mia madre, una donna così speciale. Se ci pensi profondamente sai che le madri di tutto il mondo sono speciali, non saprai mai quanto tua madre ti ami! Il giorno che ho lasciato il mio Paese ho lasciato anche mia madre e ho imparato che niente è come la mamma. Il suo amore per te sarà sempre speciale, a distanza o vicino. Il suo amore sarà sempre là per te. Richie canta per tutte le madri, per questo la canzone ha questo titolo!”.

Commenti disabilitati su Nelle playlist dei ragazzi dello Sprar

Type on the field below and hit Enter/Return to search