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Perugia attraverso gli occhi dei partecipanti al progetto “Foodprint 4”

Dopo alcuni mesi di silenzio, dovuto a impegni vari, torno a raccontare come siamo visti dagli altri “popoli” e come questi ultimi ci attribuiscano inevitabilmente stereotipi. Questa volta gli italiani…

Dopo alcuni mesi di silenzio, dovuto a impegni vari, torno a raccontare come siamo visti dagli altri “popoli” e come questi ultimi ci attribuiscano inevitabilmente stereotipi. Questa volta gli italiani hanno giocato in casa! Ebbene si, durante uno Youth Exchange di dieci giorni sull’alimentazione sostenibile a Perugia sono stata a contatto con ragazzi di varie nazionalità che mi hanno permesso soprattutto di vedere la mia città attraverso i loro occhi.

Ph Associazione Kora

Vive l’Italie!

Con il team francese si è instaurata fin dai primi giorni una bellissima sintonia generata dal comune senso dell’umorismo che paragonato con il nostro, quello francese risultava talvolta meno diplomatico. Un esempio? Una ragazza italiana, quasi digiuna nella conoscenza del francese si sforzava spesso di comunicare, consapevole delle sue difficoltà si era scusata con il team dicendo che avrebbe dovuto migliorare il suo livello. Il ragazzo francese scherzando ma neanche troppo le ha risposto: “ne hai davvero bisogno!”. Ma la poca diplomazia dei nostri cugini d’oltralpe non ha nulla di personale nei nostri riguardi anzi, a dire il vero loro adorano noi e l’Italia. Sono rimasti a dir poco meravigliati dalle bellezze di Perugia, così come dalla cucina e dalla “dolce vita”. Ricordo di aver parlato con un ragazzo francese che con un pizzico di comprensibile presunzione mi ha detto: “voi italiani siete migliori di noi in tutto. Tranne per il vino!”. Io mi sono permessa di replicare che per quanto riguarda la moda e i vini, francesi e italiani si contengono il primato. La sua risposta mi ha davvero colpito. “Per quanto riguarda la moda secondo me ce la caviamo entrambi ma le ragazze italiane sono per natura più eleganti delle francesi. Una ragazza francese che indossa un abito corto e stretto appare ai miei occhi volgare mentre invece se lo stesso abito lo indossa una italiana appare incredibilmente elegante”. Interessante osservazione …

I “tedeschi” che ci piacciono

Che dire poi del team tedesco? Intendo precisare che era principalmente costituito da ragazzi egiziani e turchi residenti in Germania e quindi molto vicini a noi italiani per usi e costumi. Il loro modo di fare molto “mediterraneo” ha permesso subito di entrare in sinergia con loro. Naturalmente, pensando alla Germania prima di conoscerne i partecipanti ci aspettavamo ragazzi tutti d’un pezzo che non nutrono molta simpatia nei nostri confronti; invece questi “ nuovi tedeschi” si sono dimostrati più simpatici del previsto. Innamorati dell’Italia e dell’italiano, la maggior parte di loro mi ha confessato di non trovarsi bene a vivere in Germania e di voler vivere nel Nostro Paese, e più precisamente a Perugia, definita da loro stessi una città nel verde e a misura d’uomo. Un ragazzo turco, mentre eravamo in treno al ritorno da Passignano, mi ha chiesto di scrivere nel blocco note del telefono alcune frasi in italiano per gestire una conversazione base, chiaramente non potevano mancare le parolacce J I partecipanti del team tedesco, o meglio turco, o forse dovrei dire egiziano, erano davvero divertenti e sprezzanti del pericolo: durante il day off a Passignano sul Trasimeno hanno cominciato a bere amaro da mezzogiorno per poi intrufolarsi nelle piscine  e dando spettacolo con i loro tuffi acrobatici e la loro esuberante simpatia. Insomma, è proprio il caso di dirlo: “cose turche!”.

Ph Associazione Kora

…la mia città da un’altra prospettiva

Durante quei giorni ho girato la mia città come se fossi anche io una turista a Perugia per un erasmus e devo ammettere che la cosa mi ha fatto abbastanza effetto. Mi sono trovata a fare la valigia e a dormire dieci giorni in un ostello a meno di 5 minuti di macchina da casa mia. Quello però che più mi ha colpito è stata la strana sensazione che ho provato nel ripercorrere strade della mia città che conosco dall’infanzia insieme a ragazzi di altri paesi per la prima volta a Perugia. Attraverso i loro occhi ho visto una città diversa, ho respirato l’atmosfera e la magia di un posto sconosciuto che in realtà per me non lo era affatto. Ringrazio l’Associazione Kora che, ancora una volta, mi ha dato l’opportunità di vivere un’esperienza unica e di conoscere tante belle persone.

“Il vero viaggio do scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. ( Marcel Proust)

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Sport e tecnologia: i sogni di successo di Kevin

In un mondo sempre più multiculturale, facciamo quattro chiacchiere con Kevin, un ragazzo come tanti suoi coetanei, con diversi interessi e sogni nel cassetto. Un “nuovo umbro” di Terni, ma il…

In un mondo sempre più multiculturale, facciamo quattro chiacchiere con Kevin, un ragazzo come tanti suoi coetanei, con diversi interessi e sogni nel cassetto. Un “nuovo umbro” di Terni, ma il cui spazio è il mondo!

Ciao Kevin, presentati in due parole.

“Ciao, il mio nome è Kevin, ho 17 anni. Sono nato in Italia ma ho origini albanesi. Frequento l’istituto tecnico commerciale di Terni Federico Cesi e ultimamente ho vissuto una bellissima esperienza di Erasmus+ in Spagna.”

So che sei appassionato di sport, vero?

“Sì, esatto. In generale amo tutti gli sport ma soprattutto adoro il calcio e il basket. Gioco a calcio nella squadra juniores del Massa Martana come centrocampista centrale; siamo un gruppo molto affiatato, ed infatti stiamo lottando per i primi posti della classifica. Oltre a questo i pomeriggi liberi mi piace passarli giocando a basket con i miei amici; seguo molto il campionato americano NBA e tifo i Golden State Warriors.”

Quali altri interessi hai?

“Posso dire che mi interesso molto di tutto ciò che riguarda i sistemi informatici. Mi piace divertirmi con il mio computer utilizzando software e sistemi operativi di vario genere.”

Tecnicamente tu potresti essere definito un italiano di seconda generazione. Che cosa significa per te essere una “seconda generazione”?

“Sì, credo che sia il termine che più mi si addice. Per me essere una seconda generazione vuol dire essere un mix di due culture e tradizioni diverse che diventano un tutt’uno, ed è una condizione che secondo me col tempo diverrà sempre più comune.”

Ti senti più italiano, albanese o entrambi allo stesso modo?

“Direi entrambi allo stesso modo. Non riesco a definirmi un italiano puro, viste le mie origini, ma allo stesso tempo non sono interamente albanese dato che sono cresciuto in un’altra nazione, che ha principi e tradizioni molto diverse.”

Questa situazione ti ha mai dato problemi nei confronti di altre persone?

“Per ora no, sia a scuola che nella mia squadra non ho mai avuto problemi per questa condizione. Forse perché solitamente sono circondato da persone mentalmente aperte e con un pensiero giovane, e anche perché quelli che non mi conoscono credono tutti che io sia italiano, anche a causa del mio cognome (Doga, ndr).”

Nella tua comunità (scuola, amici, compagni di squadra, ecc.) ci sono tanti stranieri e seconde generazioni?

“Dove vivo ci sono molte seconde generazioni, almeno da parte di uno dei due genitori, sia a scuola che nella mia squadra e tra i miei amici sono molti coloro che provengono da altri Paesi.”

Come definiresti Terni, la città in cui vivi, dal punto di vista dell’integrazione e dell’inclusione?

“A Terni, come in tutte le altre città, sono presenti persone con modi di pensare diversi ma nonostante ciò dal punto di vista dell’inclusione e dell’integrazione non credo ci sia moltissimi problemi, anche se ultimamente si sono formati molti gruppetti di persone e amici stretti che escludono chiunque non faccia parte di loro.”

Secondo te cosa possono dare le seconde generazioni alle comunità di città e paesi di un territorio come l’Umbria?

“Credo che, nonostante le origini, queste persone possano portare avanti le tradizioni del bellissimo territorio umbro. Ma dall’altra parte possono introdurre quel tocco di diversità sia nelle città più grandi che nei piccoli paesi con tutto ciò che hanno appresso dai genitori e dai parenti.”

Quali sono i tuoi sogni e progetti per il futuro?

“Il mio sogno è quello di trovare un lavoro che sia correlato al mondo dello sport, magari proprio nella NBA. I miei progetti invece sono quelli di riuscire a frequentare l’università in una delle città più importanti a livello accademico, come Bologna o Torino, e se mi trovo bene trasferirmi là per avere più possibilità di trovare un lavoro bello e gratificante.”

Chiudiamo con una gioco, la “10 years challenge” al contrario: dove ti vedi tra 10 anni?

“Tra dieci anni immagino di lavorare in un’azienda che si occupa di sicurezza informatica a Torino, e magari nel frattempo di giocare in una squadra semi professionistica di calcio della città per tenermi in forma.”

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Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo

Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo Continuano le avventure di italiani all’estero alle prese con i vari cliché e stereotipi che inevitabilmente vengono attribuiti. In questo articolo, racconterò…

Alla ricerca di cliché tra Spagna e Portogallo

Continuano le avventure di italiani all’estero alle prese con i vari cliché e stereotipi che inevitabilmente vengono attribuiti. In questo articolo, racconterò come ci vedono croati, polacchi, spagnoli e turchi conosciuti durante un recente Youth Exchange ad Ourense, una cittadina nel cuore della Galizia. Il mio Youth Exchange, data la posizione strategica della Galizia è terminato con un breve ma intenso soggiorno in Portogallo e di conseguenza non posso fare a meno di raccontarvi anche come ci vedono i portoghesi.

Italians, we love your cuisine! Cit. Croatian Team

Ebbene sì, cari amici lettori, il team croato specialmente durante i pasti commentava le pietanze offerteci dall’ostello ospitante usando come metro di valutazione la cucina italiana. Il momento dei pasti era completamente dedicato a profonde ed intellettuali riflessioni su ciò che stavamo mangiando, molto spesso pasta o pizza, che noi italiani facevamo fatica a definirli tali. Ma questo è normale, un italiano sarà sempre molto severo nel dover giudicare un piatto di pasta cucinato da spagnoli! La cosa che mi ha lasciata di stucco è che anche i croati si sono indignati di fronte ad una lasagna al tonno propinataci in Spagna. “ This is not an Italian lasagna!”. Non avendo mai conosciuto prima d’ora nessuno di croato non mi aspettavo che questo popolo per me sconosciuto fino a qualche settimana fa, fosse così esigente in termini di pasta e pizza italiana. Croati buongustai!

Vino e non vodka. “Sorry, we are not so strong!”

Credo che questo sia stato per me uno degli episodi più curiosi e interessanti che mostrano quanto italiani e polacchi siano culturalmente lontani, ed aggiungo per fortuna. Non sapendo molto su questo Paese sono partita con la curiosità di conoscere qualcosa di più a riguardo e quello che più mi ha colpito è che bevono vodka come se fosse acqua. La prima sera ad Ourense, il team italiano insieme a quello polacco è uscito a farsi un giro per la città, improvvisamente ecco sbucare una bottiglia di vodka insistentemente offerta agli italiani. I maschietti, più coraggiosi, sono riusciti a berne un bicchierino tutto d’un sorso, le femminucce invece hanno ringraziato spiegando che per loro la vodka è troppo forte considerando che sono abituate a bere principalmente vino bianco e prosecco. Quest’affermazione ha scaturito una risata collettiva del team polacco che considera il vino bianco come il latte per i neonati. “Sorry, we are not strong as Polish people!”

Camerata italo-spagnola, sarà un caso?

Inutile prenderci in giro, con il team spagnolo c’è stata sintonia fin dal primo istante. Chiaramente la vicinanza geografica e quella linguistica hanno fatto sì che tra tutti i paesi presenti allo Youth Exchange, quello più simile al nostro fosse la Spagna. Appena arrivata all’ostello mi sono sistemata in una camera mista composta solo da italiani e spagnoli e così ho avuto modo di scoprire che abbiamo le stesse identiche abitudini. Prima fra tutte, la pigrizia nell’alzarsi dal letto. La mattina gli ultimi ad alzarsi erano il team spagnolo e quello italiano, come gli ultimi ad andare a dormire. Dopo pranzo, il team italiano in quella settimana ha preso l’abitudine di fare mezz’oretta di siesta, dicesi in italiano pennichella, sulla scia degli spagnoli che non ci rinunciavano mai. Era frequente in quei giorni sentire spagnoli parlare in italiano (ciao ragazzi/e!) e italiani parlare in spagnolo (hola chicos/as!), il tutto sempre con un tono di voce tutt’altro che moderato. Los italianos son como nosotros!

Amici di Berlusconi…

Cosa dire del team turco? Sicuramente il gruppo più sui generis dello Youth Exchange. Anche loro affascinati dal nostro Paese e dalla nostra cucina ma soprattutto da Berlusconi. Durante tutto il soggiorno ad Ourense è capitato spesso che i turchi abbiano ricordato che il Presidente Erdoğan sia molto amico di Berlusconi, sono seguite poi domande sulla situazione politica attuale del nostro Paese. Da questo punto di vista posso dire che il team turco sia stato quello più interessato a conoscere quello italiano, sarà forse per Berlusconi???

Portoghesi, una rivelazione …

Perché dico rivelazione? Perché non ero mai stata in Portogallo fino a qualche settimana fa e non avevo nessuna aspettativa sul comportamento dei portoghesi nei confronti di un italiano, forse perché non ne conosco. Basta una parola per descriverli: adorabili! Non sappiamo se è nella loro natura essere così, ma con noi italiane che abbiamo proseguito l’avventura in Portogallo,sono stati di una gentilezza estrema. Ovunque andavamo ci chiedevano da dove venissimo e appena rispondevamo “Italy” cominciavano a parlare in italiano o almeno ci provavano. Nonostante la barriera linguistica rappresentata dal fatto che noi italiane a parte “obrigado” non sapessimo nient’altro in portoghese e loro non parlassero un granché di inglese, siamo sempre state aiutate quando abbiamo avuto bisogno d’aiuto. Obrigado!

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Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Settimana 3 e 4. Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso. No,…

Settimana 3 e 4.

Ho deciso di accorpare gli articoli della mia terza e quarta settimana di vita qui in Lituania perché il leitmotif di entrambe è lo stesso.

No, in realtà non avevo tempo di farne due quindi ho compresso due settimane di vicende in questo unico articolo (che poi non è che abbia sempre così tanto da raccontare, eh!).

Discovering Lithuania: dal confine con la Bielorussia ad una mattinata all’asilo

Il castello che potete vedere nella foto di copertina di questo articolo (ringrazio per lo scatto la mia collega moonlight_bae) è il castello di Trakai, cittadina lituana nota tra i paesi del mar Baltico per questa sua fortezza in riva al lago. Lago che, in questo periodo dell’anno, è completamente ghiacciato. Ghiacciato come gran parte degli altri laghi del Paese: ora so che possa non sembrare così esaltante, ma in Italia i laghi non sono così tanti e non si congelano e per me trovarmi a vivere in un luogo così diverso da quello in cui sono nata e cresciuta è una vera fortuna.

Come dico nel titolo dell’articolo le ultime due settimane le ho dedicate alla scoperta dei paesaggi tipici della Lituania: da una riserva naturale nel Sud del Paese (o meglio da una riserva naturale che era il Sud del Paese) fino a un asilo in cui noi erasmus siamo stati invitati per una festività in cui i bambini scacciano l’inverno, danno il benvenuto alla primavera e mangiano i pancakes (e quassù hanno tutte le sante ragioni per festeggiare la fine dell’inverno) ricevuti dopo una sorta di dolcetto o scherzetto per le case del loro quartiere.

Insomma, in queste due settimane ho avuto sia modo di ammirare i panorami selvaggi della Lituania sia di avvicinarmi un po’ alle loro festività più antiche.

Surviving the climate

Mi sto abituando, che significa che quando mi sveglio non sposto immediatamente gli occhi verso la finestra per vedere se c’è il sole oppure no. Tuttavia ricordo ancora alla perfezione l’ultima, la penultima e approssimativamente la terzultima volta in cui sono riuscita a vedere il sole.

Surviving the language

Nemmeno i lunghissimi nomi pieni di K, di as e di una serie di lettere che non abbiamo nell’alfabeto mi impressionano più ormai, anzi sto addirittura riuscendo a memorizzare le prime parole. Chissà che per la fine del mio Erasmus non riesca ad intavolare un completo “Ciao, come stai?” “Bene, grazie. E tu?” “Anche io bene.”.

Surviving the kitchen

Surviving their kitchen

La cucina lituana continua a non essere niente male, tuttavia dopo tre giorni in cui ho mangiato sempre fuori ho iniziato ad avvertire le differenze tra la loro burrosa e decisa alimentazione e il nostro modo di mangiare, in cui le portate sono più leggere probabilmente per far spazio ad altro cibo.

Menzione speciale alle fette di pane e grasso di maiale che hanno servito dopo i pancakes a noi e ai bambini all’asilo in cui siamo stati: purtroppo non ho avuto modo di accertare che ai bambini lituani venga servito grasso di maiale di frequente, ma il solo fatto che le maestre concepiscano l’idea di servirglielo prima di pranzo mi fa domandare quale sia il tipo di metallo con cui rivestono i loro intestini al momento della nascita.

Surviving my kitchen

Cucinare tutti i giorni sta iniziando a non essere una novità, ma ci sono stati comunque momenti in cui avrei desiderato che qualcuno cucinasse al mio posto, magari qualcuno che mi vedesse cucinare male e dicesse “Lascia perdere, faccio io che so cucinare meglio”. Solo che per gli standard locali, dove i locali sono gli studenti ovunque-meno-che-lituani che vivono nel mio collegio, che non di rado si nutrono di zuppette istantanee, non sono poi una cuoca così pessima.

Ergo nessuno cucinerà mai per me, la tragedia più grande di tutto il mio Erasmus!

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Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Settimana 2 Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano,…

Settimana 2

Ed eccomi alla mia seconda settimana di scoperta della Lituania, paese che ho scelto per il mio Erasmus dalla collocazione geografica ignota a molti.Gli stessi lituani ci scherzano, con aggiunta di spot in cui definiscono Vilnius il punto G dell’Europa (perché nessuno sa dove sia esattamente ma quando lo trovi è fantastico).

Questa rubrica nasce perché l’Erasmus è una bellissima esperienza, specialmente se fatta in un posto di cui nessuno sa nulla e chi ne sa qualcosa parla di freddo e buio che fanno patire gli sprovveduti che vi si recano.

È per smentire (o confermare?) queste voci che ogni mio articolo di questa rubrica si divide in tre sezioni: Surviving the Language, Survivng the Climate e Surviving the Kitchen più una sezione inedita ogni settimana in base a quel che più mi ha colpito.

Enjoy!

Vytauto Didžiojo Universitetas: dove i professori portano la cravatta degli Avengers

Tralasciando la fatica immane che ho fatto per scriverlo la VDU, l’università che frequento in Lituania, è spettacolare.

Dall’imponente ingresso alle aule modernissime (con tanto di aula studio con pareti in vetro) tutto sembra super organizzato.

Portinai e addetti agli uffici sono giovani e professionali (a differenza dei segretari che affollano i nostri uffici universitari e che non posso insultare a dovere in questa sede) e i programmi delle mie lezioni, regolarmente caricati sul sito, promettono meraviglie, tra cui insegnamenti su come fare  reportage partendo da come si impugna la telecamera all’intervista a persone fisiche per la strada.

Tuttavia non voglio cantare vittoria troppo presto e illudermi che ciò che dice il sito e che i professori promettono corrisponda completamente reale: credo che andando avanti con gli articoli scopriremo assieme se la VDU è perfetta come sembra o se sto solo venendo sedotta e illusa.

Ultima menzione speciale, oltre che probabilmente unica ragione per cui avete continuato a leggere fin qui, va al professore di Creative Writing, presentatosi a lezione con orecchini e cravatta viola degli Avengers. Non riesco a smettere di chiedermi che fama potrebbe avere tra studenti e colleghi questo professore se vivesse in Italia.

Surviving the Kitchen

Come avevo pronosticato la scorsa settimana questa rubrica ha bisogno anche di una voce Surviving my Kitchen: essendomi cucinata quasi sempre da sola, infatti, questa settimana della cucina lituana ho capito solo che non disdegnano l’uso della carne nei piatti e che hanno salumi decisamente più forti dei nostri.

Del mio modo di cucinare, invece, ho capito che se metto semi di girasole in ogni piatto posso sfamarmi prima e cucinare meno portate (e mi rendo quasi conto di quanto ciò sia triste mentre ne scrivo).

Surviving the Language

Come per la sezione Surviving the Kitchen ci vorrebbe una doppia ripartizione: una per la lingua inglese e una per quella lituana.

Questo perché nelle mie conversazioni in inglese risalta subito un marcato accento italiano, cagione di curiosità e ilarità da parte di chi ascolta e commenti che si sprecano, tra chi chiede il significato di alcune parole e gesti italiani fino a chi dice che, emotivamente, l’ascoltare italiani che parlano inglese è un po’ come guardare i video dei gattini; stessa sensazione a metà tra l’intenerito e il divertito (ed essendo contraria ai video dei gattini mi sono un po’ offesa).

Sul versante dell’idioma lituano, invece, sono finalmente riuscita a memorizzare il nome della strada in cui abito e quello della mia università. Ah, e ho scoperto che Kepyklele non è il nome del mio locale preferito né una catena con una decina di sedi solamente in centro: vuol dire semplicemente panetteria.

Surviving the Climate

Delle tre è stata la prova di sopravvivenza più ardua che ho dovuto affrontare questa settimana.

Dopo aver vissuto sotto un cielo completamente grigio per giorni e giorni il semplice e scontato atto del rivedere il sole mi ha fatto provare emozioni che mi ero scordata si potessero provare.

Sorridevo, sorridevo senza motivo, sorridevo alle mie coinquiline e loro sorridevano senza motivo a me.

In più l’arrivo del sole ha coinciso con la giornata dell’indipendenza della Lituania, ragione in più per cui le strade sono state piene di gente (o scusa per uscire a prendere un po’ di sole).

Forse anche alla giornata assolata che c’è stata ieri devo la motivazione e l’energia che mi spingono ad arrivare a fine articolo oggi e spero che basterà per scrivere anche quello della prossima settimana.

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Surviving Kaunas: la guida per l’erasmus che non ha scelto la Spagna

Settimana 1 Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce…

Settimana 1

Arriva la mattina, mi sveglio e alzo la testa dal piccolo letto in cui sono sprofondata per guardare verso la finestra e capire se lo spiraglio di luce che mi è sembrato di intravedere sia un miraggio o del vero sole.

Ovviamente è un miraggio, tuttavia decido di prenderlo come segno di una bella giornata.

Perché qui a Kaunas, principale polo universitario della Lituania, il sole si presenta a piccole dosi e quando c’è (quel poco che c’è) non bisogna mai darlo per scontato.

Arrivati a questo punto saranno in molti a chiedersi “ma se volevi vedere il sole perché non sei andata in erasmus in Spagna come fanno tutti invece di fare una rubrica in cui ti lamenti?”.

So che in questo momento tanti studenti erasmus staranno decidendo in quale locale di Barcellona passare la sera mentre altri si staranno godendo il caldo a Siviglia ma a me piace la lotta per la sopravvivenza e me ne assumo tutte le responsabilità. Soltanto che ogni tanto evaderò da queste responsabilità narrando le mie peripezie, suddivise in problemi con la lingua, la cucina ed il clima, in questa rubrica: gli amici che non ammorberò con i miei racconti e coloro che avranno bisogno di sopravvivere al selvaggio Nord Europa mi ringrazieranno.

Wild New World

La prima impressione che ho avuto appena salita sull’autobus che dall’aeroporto mi avrebbe portata nella zona centrale di Kaunas è stata quella di essere in un pullman per prigionieri in una qualche società distopica. Buio, caseggiati sovietici di cemento, autista scortese ma soprattutto un mucchio di parole che non capivo.

Nei miei (pochi) viaggi non mi ero ancora trovata in un contesto in cui non afferravo una sola parola, né sentivo termini che non ero in grado di memorizzare perché troppo diversi dai miei.

In breve ho avuto la netta sensazione di essere all’interno di una bolla che dovevo far scoppiare per riuscire a raggiungere il mio dormitorio senza perdermi nel cuore della notte.

Inutile dire che mi sono persa. Con tre bagagli, che complessivamente pesavano una quarantina di chili, in mezzo alla neve che cadeva e senza un’anima viva per le strade.

In compenso ero riuscita a notare che se nell’autobus ero in un mondo distopico uscita da esso ero all’interno di un qualche libro di fiabe russe che avevo letto da bambina. Solo che nel libro di fiabe dopo un po’ comparivano il calesse dorato, il principe azzurro delle nevi o entrambi.

Narro questo mio primo impatto con Kaunas (se ve lo stavate chiedendo ne sono uscita viva) per spiegare come mai nel titolo la definisco Wild New World. Forse non è esattamente selvaggio ma per me rimane un luogo che faccio fatica a capire, sia per la lingua sia perché mi sembra una città piena di facce diverse: quella post-sovietica degli anziani che sembrano essere memori di tempi diversi, quella in piena espansione degli edifici in ricostruzione e quella antica, quasi favolistica, che emerge dalla Old Town, l’unico luogo che sembra essere rimasto inattaccato dai vari accadimenti che hanno scosso il Paese negli anni.

Surviving the Language

L’ho già detto: completamente diversa da tutto quel che somiglia alle lingue che conosco. Spesso mi ritrovo a dover sbirciare dentro i vari esercizi commerciali per capire cosa sono e a perdermi lungo la strada perché non ricordo i complessi nomi delle vie.

Fortunatamente qui quasi tutti gli under 40 parlano inglese, anche se non sono mancate situazioni in cui ho dovuto imbastire conversazioni con anziani che mi si rivolgevano in russo (specie all’ingresso di un pub in cui sono praticamente inciampata dentro, ma questa è un’altra storia).

Surviving the Kitchen

Per adesso la mancanza della buona cucina italiana non si è fatta sentire troppo, perché il cibo qui è buono e super economico.

Il vero problema è che non ho più la mensa universitaria a mantenermi e questa rubrica più che chiamarla Surviving the Kitchen dovrei chiamarla Surviving my Kitchen.

Tuttavia qui è pieno di ristoranti economici che mi impediscono di cucinare troppo spesso e infangare la fama dell’Italia all’estero, ma, aspiranti visitatori della Lituania e curiosi, inizierò ad elencarveli nelle prossime settimane.

Surviving the Climate

Se siete meteoropatici non trasferitevi qui o non fatelo a febbraio: in una settimana ho visto un cielo azzurro una giornata sola e mi ero dimenticata potesse assumere un colore così vivo.

La gente del posto garantisce che il cielo tornerà  a donare un regime luce/buio normale verso aprile, ma fino ad allora credo che avrò incrementato la capacità di captare luce dei miei occhi e non ci farò più caso.

Direi che se mi dilungo a raccontare altri inconvenienti tragicomici l’articolo non finirebbe più e siccome non ho tempo di scrivere perché devo farmi una vita chiudo la narrazione delle mie peripezie qua.

Spero che le mie vicende in terra baltica vi divertano e, se così fosse (ma anche se così non fosse, non mi legge nessuno comunque), continuerò a scriverne.

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Accoglienza e umanità: come Riace mi ha rapito il cuore

Il modello Riace ha rappresentato un modello di accoglienza funzionante e sicuramente unico nel suo genere in Italia. Ne parliamo con Jasmina, una giovane “seconda generazione” che ha deciso di…

Il modello Riace ha rappresentato un modello di accoglienza funzionante e sicuramente unico nel suo genere in Italia. Ne parliamo con Jasmina, una giovane “seconda generazione” che ha deciso di viverlo sul posto, studiarlo e ora… raccontarcelo.

 

Come hai scoperto il modello Riace e perché te ne sei interessata?

“L’ho scoperto tre anni fa parlando con un mio amico di immigrazione. Mi ha parlato di questa situazione di Riace e mi sono incuriosita. All’epoca il materiale per informarsi era poco, ma l’argomento mi appassionava e sono andata avanti, fino a sceglierlo come argomento di tesi per la mia laurea triennale.

L’idea che ci fosse un paese di 2000 anime (anzi, molte di meno) che abbia accolto e fatto un’esperienza del genere è sorprendente”.

Parlaci un po’ della tua esperienza

“Sono stata giù due volte. A febbraio 2018 è stato un po’ più difficile perché c’era meno gente e il primo impatto con i calabresi è stato tosto. Poi ho capito che in realtà sono persone che quando ti conoscono ti danno tutto. E da qui ho cominciato a vivere secondo il loro stile: con ritmi solari, più compassati, senza preoccuparsi troppo se il pullman passa in ritardo o no. A quel punto osservavo molto durante la giornata e parlavo tanto con la gente, con chiunque”.

In sintesi, cosa aveva di particolare rispetto al sistema “standard”? In cosa consisteva il quid che lo rendeva diverso da altri?

“Ho paragonato Riace con altri modelli di accoglienza europei (ad esempio, le banlieu parigine) come argomento della mia tesi triennale. Riace è un modello che parte dal basso, con un’accoglienza spontanea partita dalla gente che voleva andare incontro a persone in situazione di disagio. Non è partito da un progetto calato dall’alto, dalla politica, è forse questo è stato il suo successo”.

È vero che il modello Riace era molto conosciuto anche fuori dall’Italia?

“Due anni fa il modello Riace era molto più conosciuto all’estero che in Italia, tanto che il sindaco Domenico Lucano venne inserito dalla rivista Fortune tra le 50 personalità più influenti al mondo. A Riace sono arrivati Ada Colau, sindaco di Barcellona, e il municipio di Parigi a sostenere questo modello. Sono giunti persino dei cinesi a studiarlo. In Francia addirittura esiste una radio che ha una rubrica settimanale in cui 30 minuti a settimana parlano di Riace come modello funzionante di integrazione”.

 

Come si sosteneva il modello Riace?

“I fondi per portare avanti il tutto arrivavano da progetti europei, gestiti poi dalla prefettura. Negli ultimi tempi, verso luglio, c’era più difficoltà per questi fondi erano bloccati e molti esercenti erano in difficoltà. La cosa particolare era che nei paesi vicini a Riace i fondi per attività simili erano arrivati, e questo lasciava pensare perciò a un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote al progetto stesso”.

E sul piano concreto come si è sviluppato questo modello?

“A Riace ci sono diversi SPRAR (Sistema protezione per richiedenti asilo e rifugiati), uno dei quali per minori non accompagnati, assistiti da mediatori culturali, operatori e altre figure professionali dedicate. C’erano molte case abbandonate, causa del trasferimento dei suoi abitanti storici verso il Nord. Lucano ha chiamato uno ad uno i vecchi proprietari, convincendoli a riaffittare queste case anche a canoni bassi, che vengono pagati dall’Associazione Città Futura che gestisce tutto il progetto che conosciamo. Sono case molto vecchie, semplici, non lussuose, ma ora sono tutte abitati e permette ai migranti di vivere con una dignità che non possono avere nei centri di accoglienza. Gli stessi soldi per la sussistenza vengono affidati direttamente ai migranti, che così possono fare la loro spesa e non essere dipendenti da altri. E queste semplici accortezza danno autonomia, permettono ai migranti di conoscere la gente che va a fare spesa e gli stessi esercenti, così come il contadino che porta i prodotti agricoli con il suo carretto su in paese. In questo modo si può fare vera integrazione”.

Quale era l’opinione su questo modello degli abitanti del posto?

“Parlando con i Riacesi storici, l’arrivo di migranti non ha scombussolato nulla nella loro comunità, è stato semplicemente un arricchimento. Infatti, considerando che Riace aveva un futuro di desolazione, con gli immigrati si è sicuramente arricchita. La moneta locale creata per favorire l’economia degli esercenti locali ha contribuito a far rifiorire o continuare le loro attività, soprattutto a Riace Alta (nella parte bassa c’è più la grande distribuzione). Un esempio è la riapertura del bar della piazza centrale di Riace Alta da parte di un ragazzo locale, erede della famiglia che aveva il bar anni fa, che è tornato a Riace anche su proposta di Lucano, ed ora il bar vive come una volta”.

Come definiresti il rapporto tra locali e stranieri?

“Non c’è mai stato uno scontro, anzi litigano molto più tra i Riacesi che con gli immigrati. Ci sono sempre oppositori, ma sono la minoranza. I bambini vanno a giocare sulla terrazza degli anziani. Ci sono tanti bambini, fanno confusione e animano il paese. I piccoli nati qua da donne migranti hanno quasi tutti nomi italiani, alcuni addirittura parlano il dialetto locale. I bambini sono accomunati dal gioco, la differenza del colore della pelle non esiste, sono come fratelli”.

Vuoi parlarci di un momento, un episodio legato alla tua esperienza a Riace?

“Lì è tutto un episodio. Per dire, il sindaco conosce tutti i bambini e loro sono affezionatissimi a lui. Gira in t-shirt, gioca con i bambini, ci parla, li sgrida. È un po’ come un padre, e molti di questi bambini sono arrivati qua solo con le madri, per cui cercano in lui quella figura paterna che ora gli manca”.

Hai vissuto qualche situazione in cui si è più manifestata la bontà del modello Riace?

“Ti faccio un esempio. Una storica “vecchietta” di Riace, vedova, è contentissima di tutto questo, perché vede molti bambini ed ha gente che le fa sempre compagnia. Addirittura molte ragazze straniere vanno da lei, cucinano e mangiano insieme. Ci sono anche molte persone un po’ scorbutiche, ma i mugugni rimangono per conto loro. Al Sud l’ospitalità è sacra, e Riace lo ha testimoniato in pieno. Un giorno ho visto poi una scena che mi ha commosso: un abbraccio tra un piccolo bambino nero e un bambino riacese più grande e alto. Una scena tanto spontanea quanto strana nei nostri contesti”.

Quali sono le storie dei migranti di Riace?

“I migranti arrivavano soprattutto dall’Africa subsahariana, attraverso un viaggio lungo, tormentato e molto costoso (circa 1700-2000€, che sono tanti per noi, figurarsi per loro). Mi impressionò il racconto di una donna, che attraversò il deserto con il figlio di 3 anni e lì decise che sarebbe morta. Il figlio l’ha spinta ad andare avanti e nonostante altre peripezie (gommone scoppiato, figlio con un braccio rotto e pesantemente infettato), ora vivono tranquillamente a Riace. Un’altra ragazza che ho intervistato è stata separata dal marito in Libia, quando lei era incinta. È venuta a sapere poco dopo che il marito era diventato schiavo. Lei è arrivata in Italia, sono due anni che non lo sente e non sa più nulla di lui. Lei soffre molto anche sono nel raccontare queste cose. Ed io soffrivo con loro nel sentirle”.

C’è qualcosa che vorresti cambiare o evitare che accada a Riace?

“Mi darebbe fastidio che qualcuno da turista, andasse a Riace per vedere i migranti. Per farvi capire, a febbraio visitai la scuola di Riace, ora chiusa perché non si riesce a trovare il numero minimo di ragazzi per le aule. La situazione è molto diversa e meno formale, perché all’interno ci sono anche persone di 20 o 30 anni, a cui a volte è difficile dire cosa fare. Quando, con un’altra ragazza, ci fecero entrare in classe per farci vedere come funzionava il tutto mi ricordo che una ragazza ci vide e abbassò lo sguardo, vergognandosi tantissimo. Lei probabilmente si è sentita come un’attrazione, ed io mi sono sentita male per lei, uscendo immediatamente dalla classe. E sinceramente, se a me qualcuno mi fosse venuto a vedere a scuola come se fossimo allo zoo, mi avrebbe dato tanto fastidio, per cui ho capito appieno la sua reazione”.

Quanto ha influito sul modello Riace la figura di Domenico Lucano?

“Sicuramente molto. Mimmo (così lo chiama Jasmina, ndr) è una persona spontanea, e lo si nota tranquillamente dalle interviste che gli sono sempre state fatte. È uno spirito libero, a tratti anarchico, ma agisce sempre pensando, e facendo quanto in suo potere per portare avanti le sue attività, a volte scontrandosi anche con la lenta burocrazia italiana. È una persona molto colta, che ha vissuto anche fuori dalla Calabria e che ha voluto riportare qui certi valori come l’accoglienza, la solidarietà, la lotta alla criminalità (le stesse vie del paese sono in gran parte dedicate a vittime di mafia e ‘ndrangheta). Da queste idee rese concrete nasce, anzi rinasce, Riace”.

Quindi pensi che ora tutto questo possa finire?

“Gli immigrati hanno portato vitalità. Riace era abbastanza desolato, vittima di uno spopolamento dovuto ai trasferimenti di ragazzi verso il Nord per studiare. Alcuni sono rientrati, come Mimmo Lucano, portando idee nuove per rivitalizzare il paese. Quello che Mimmo ha fatto sarà sicuramente irripetibile, ma c’è la speranza che abbia creato una scuola di pensiero che possa far sopravvivere il modello. Il timore che tutto possa finire è anche la grande paura dello stesso Lucano”.

Pensi che il modello possa essere più o meno facilmente replicabile da altre parti?

“La differenza la fanno le persone. Un modello come questo ha bisogno di tempo e di gente che lo sposi. Non serve necessariamente una cultura, basta l’umanità applicata alla vita reale e un’apertura mentale più sviluppata. È incredibile, pensando agli stereotipi italiani, che argomenti come l’integrazione e l’inclusione si trattino quotidianamente con grande facilità in un paesino dell’entroterra calabrese e non in città più grandi come Milano, Roma, ma anche Perugia”.

Cosa ti ha lasciato l’esperienza a Riace?

“Mi ha lasciato tanto amore, speranza e insofferenza nel posto in cui vivo, perché possa essere migliore di come è ora. Ma anche la speranza che Perugia ed altre città possano diventare come la Riace che ho visto e che mi ha impresso queste sensazioni per il resto della mia vita”.

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Matrimonio, cinque differenze tra Italia e Albania

Cosa c’è di più universale dell’amore? In ogni parte del mondo le persone si innamorano e promettono di rimanere insieme tutta la vita seguendo cerimoniali più o meno differenti tra…

Cosa c’è di più universale dell’amore? In ogni parte del mondo le persone si innamorano e promettono di rimanere insieme tutta la vita seguendo cerimoniali più o meno differenti tra loro.

Alcuni di questi riti nuziali non prevedono l’abito bianco, in altri sparisce la celebrazione in chiesa, in altri ancora si festeggia per giorni e addirittura in alcune tribù si strappano i capelli della sposa prima delle nozze per avvertirla dei dolori che proverà nel corso della sua vita matrimoniale (andiamo bene!).

In alcuni matrimoni sparisce perfino il momento del fatidico sì. Uno di questi casi è l’Albania, in cui, almeno nei matrimoni che non prevedono cerimonie religiose, ci si sposa in Comune anche mesi prima della vera festa nuziale. O meglio delle feste nuziali! Sì, proprio feste, perché un matrimonio tradizionale dura dai due ai quattro giorni!

Vi starete domandando cosa accade durante queste giornate, ma siccome sono balorda e voglio farvi entrare più spesso nel sito rimanderò i vostri dubbi al prossimo articolo per creare hype, quindi oggi elencherò le cinque differenze principali tra un matrimonio italiano e uno albanese.

Buona lettura!

  1. Il cibo Metto questa voce in cima alla lista sapendo che, moralismi a parte, è la prima cosa che viene in mente a chi è avvezzo ai matrimoni all’italiana.Gli italiani che mi stanno leggendo si chiederanno se con –minimo- due giorni di festa per ogni matrimonio non si stermini la fauna locale per fare da mangiare a tutti gli invitati.Dovete sapere che una delle cose che differenziano il matrimonio albanese da quello italiano è che il cibo non è un elemento preponderante: si mangia, e pure parecchio, ma non ci sono né buffet chilometrici né camerieri che ti mettono davanti un altro piatto non appena ti distrai.
  1. La cerimonia A meno che non si tratti di un matrimonio con rito religioso, matrimonio e divinità sono due cose lontanissime (e vorrei vedere dopo due notti in bianco passate a ballare e a fare su e giù con la macchina dalla casa dello sposo a quella della sposa). La domenica è il giorno in cui si fissa il matrimonio, o meglio l’ultimo giorno di festa, o meglio ancora la festa dello sposo. Il sabato si svolge la festa della sposa, con i suoi invitati, lo sposo e i krushket. Chi? Ne parlerò più nel dettaglio nel prossimo articolo!
  1. In realtà si è già sposati Si festeggia la nascita di una coppia per almeno due giorni ma in realtà le varie carte che suggellano il matrimonio sono state depositate in Comune da almeno un mese. Continuando a leggere i miei articoli scoprirete che la mentalità albanese è decisamente pragmatica e finire di stressarsi per preparare la parte burocratica delle nozze per poi stressarsi per occuparsi di organizzare la festa (che, posso assicurarlo, è estremamente impegnativo) ne è una prova.
  1. L’organizzazione Poche storie: durante le giornate di matrimonio si festeggia e al centro della cerimonia ci sono gli sposi. Per questa ragione servizio fotografico e/o teaser del matrimonio (a chi strabuzza gli occhi sì, esiste, ed esiste anche in Italia) vengono fatti giorni in anticipo rispetto alla festa, con la sposa che ha già noleggiato l’abito, quando non gli abiti. Già, noleggiato: comprare il vestito in Albania per poi rimirarlo/guardarlo mentre si ingiallisce nell’armadio non è un’abitudine diffusa (benedetta pragmaticità).Quindi, niente fotografi che rubano gli sposi anche ore per lo shooting (o sposi che rubano il fotografo, devo decidere) interrompendo la festa, né documenti nuziali che sono già stati depositati tempo prima. Insomma si sta senza pensieri…
  1. …se non fosse per i mille rituali da seguire durante la festa! Andare a prendere la sposa dalla sua casa, offrire i llokume, fare vari balli e suonare il clacson a tutto spiano lungo la strada. Nonostante la globalizzazione, in Albania si seguono ancora gran parte delle tradizioni che caratterizzano il tipico matrimonio albanese (se si esclude forse un vecchio gioco alcolico che merita un articolo a parte). Siete curiosi di conoscerle tutte? Allora vi do appuntamento al prossimo articolo!
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Aspetta, ma tu sei musulmana? La religione (e l’assenza di essa) in Albania

A volte, quando si discute di religione in gruppo o quando rifiuto qualche pizzetta al salame e formaggio agli aperitivi, i miei interlocutori mi chiedono “aspetta, ma tu sei musulmana?!?”…

A volte, quando si discute di religione in gruppo o quando rifiuto qualche pizzetta al salame e formaggio agli aperitivi, i miei interlocutori mi chiedono “aspetta, ma tu sei musulmana?!?” con l’espressione un po’ stupita di chi non riesce ad associare l’Islam alla ragazza pallida con i capelli chiari che hanno davanti.

Per rispondere ho due opzioni che utilizzo in base all’interesse di chi mi ascolta:

a) Opzione breve: Non sono musulmana, non mangio la pizzetta, non mi piace il formaggio.

b) Spiegone: Non sono musulmana, il fatto che sia albanese si collega poco con la religione. In Albania la religiosità delle persone è molto più variegata rispetto che in Italia. Non è detto che un albanese sia musulmano né che, anche se si dice tale, segua le norme dell’Islam che tutti conosciamo (bla bla bla…).

Per chi tra voi si considera uno dei miei interlocutori interessati a cos’ha di strano la religiosità in Albania rispetto alla religiosità in Italia (ma diciamo anche rispetto al resto del mondo) ecco qua il mio spiegone scritto nel dettaglio. Enjoy!

Dati statistici sulla religione in Albania

Attualmente non esiste un censimento ufficiale fornito dallo Stato albanese e i dati che ho trovato su internet non mi convincono quindi ecco i miei grossolani dati personali:

In Albania è presente una maggioranza di musulmani, seguiti da una forte minoranza ortodossa e dai cattolici. Secondo alcune indagini della CIA molte persone si dicono atee, addirittura quasi la maggioranza del Paese. Tutti questi credo religiosi (ateismo compreso) sono perfettamente integrati tra loro e venendo in Albania noterete sicuramente la presenza di chiese e moschee a pochissima distanza l’una dall’altra. In più occasioni, durante i miei soggiorni nel Paese delle Aquile, ho sentito suonare assieme le campane e i richiami del Muezzin.

I religiosi praticanti sono presenti soprattutto tra gli ortodossi ma non sono molti, specie se confrontati con il numero dei credenti praticanti di molti altri paesi.

Come credono gli albanesi

Nella mia personalissima esperienza non ho mai incontrato un albanese musulmano che fosse il tipo di credente islamico che tutti noi conosciamo: niente ramadan, niente cinque preghiere al giorno e guai a togliere il maiale dall’alimentazione! Ho notato che spesso dire ‘sono musulmano’ in Albania è quasi un’altra maniera di dire ‘vengo da una famiglia albanese che è stata musulmana’ e, chi tra loro crede in un potere spirituale superiore, normalmente non lo chiama né Allah né Dio.

Gli ortodossi sono già dei credenti più fervidi, chi più chi meno, ma anche loro hanno meno riti e “formalità” religiose rispetto agli ortodossi di altri paesi.

Discriminazioni

In Albania non ho mai visto né sentito nessuno discriminare gli altri per il loro credo religioso. Semplicemente non importa. Sposarsi tra ortodossi e musulmani è più che normale e non è un fenomeno che accade di rado: ci si sposa in Comune, si festeggia secondo le tradizioni albanesi (oppure inizia a prendere piede anche la tendenza del mega-pranzo all’italiana) e il problema non si pone.

Sicuramente influiscono gli anni di regime comunista trascorsi dal Paese che hanno proibito ogni forma di religione e che hanno “diluito” la fede di molte persone, ma resta il fatto che il modo di praticare la propria fede in Albania è molto rilassato e libero da ogni forma di preconcetto.

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